
Per comprendere l’evoluzione dello sport italiano negli ultimi vent’anni bisogna partire da un apparente paradosso: mentre il calcio, da sempre locomotiva del sistema nazionale, attraversa una delle crisi più profonde della sua storia, lo sport italiano nel suo complesso vive stagioni sempre più felici.
Nel 2006 l’Italia conquistava il Mondiale di calcio in Germania. Sembrava il punto di partenza di una nuova fase di crescita. In realtà è stato l’inizio di un lento declino. Stadi obsoleti, governance frammentata, perdita di competitività internazionale dei club, riduzione degli investimenti nei vivai hanno progressivamente eroso il ruolo del calcio italiano, che pure resta la disciplina più praticata nel Paese. Per fortuna, altri sport hanno iniziato a mietere successi, colmando il vuoto e avviando il passaggio da un modello quasi monoculturale a un ecosistema più articolato.
I risultati olimpici raccontano meglio di qualsiasi analisi questa metamorfosi. A Pechino 2008 l’Italia ha chiuso con 27 medaglie, a Londra 2012 con 28, a Rio 2016 con 28. Poi è arrivato il salto di qualità. A Tokyo 2021 la spedizione azzurra ha conquistato il record storico di 40 medaglie, confermato a Parigi 2024. Parallelamente, anche gli sport invernali hanno consolidato la loro competitività, dalle 10 medaglie di Torino 2006 alle 17 di Beijing 2022, alle 30 di Milano Cortina.
Dietro questi successi emerge una struttura per molti versi simile a quella del migliore made in Italy fondato sui distretti industriali: anche lo sport nazionale prospera, infatti, grazie a veri e propri “distretti sportivi”, anche se non sempre geograficamente delimitati.
Nel tennis troviamo l’esempio più evidente. La crescita di Jannik Sinner nasce da una filiera che negli ultimi vent’anni ha investito in circoli, formazione tecnica e programmazione federale. Lo stesso vale per l’atletica leggera, che ha saputo costruire un sistema capace di produrre campioni olimpici e mondiali dalla velocità al salto in alto fino alla marcia.
La scherma rappresenta forse il distretto sportivo più antico e consolidato d’Italia. Da generazioni continua a produrre medaglie attraverso un patrimonio di competenze tecniche tramandate nel tempo. Analogamente il nuoto, grazie alla crescita dei centri federali e delle società territoriali, è diventato una fabbrica di finalisti e medagliati. Anche il ciclismo su pista offre un esempio significativo. Per anni considerato una nicchia, è tornato ai vertici mondiali grazie a investimenti mirati, tecnologia e continuità progettuale. Senza dimenticare il volley, lo sport di squadra che meglio rappresenta l’eccellenza organizzativa italiana, sia a livello maschile sia femminile.
Come accade nell’economia reale, però, questi distretti non sono distribuiti in modo uniforme nella Penisola. L’Indice di Sportività elaborato dal Sole 24 Ore mostra da venti anni ormai una geografia che ricalca in larga misura quella dello sviluppo economico. Le province del Nord (Trento, Trieste, Bergamo, Varese, Genova, Bolzano, Treviso) e una parte del Centro (Firenze, Parma, Livorno, Bologna, Macerata, Cagliari) occupano regolarmente le prime posizioni grazie a una maggiore disponibilità di impianti, società sportive, praticanti e investimenti. Il Mezzogiorno continua invece a soffrire un deficit infrastrutturale significativo.
La questione degli impianti rappresenta probabilmente il principale nodo dello sport italiano. Per decenni il Paese ha investito troppo poco in palazzetti, piscine, piste di atletica e strutture polifunzionali, anche se negli ultimi anni qualcosa sta cambiando, grazie alle risorse (troppo poche a dire il vero) del Pnrr, ai Giochi di Milano-Cortina e a una maggiore sensibilità degli enti locali. Non siamo ancora di fronte a una rivoluzione, ma si intravede una strategia più coerente. E i risultati che stanno arrivando nelle rassegne internazionali a livello giovanile non a caso sono in forte crescita. La sfida dei prossimi anni sarà proprio questa: consolidare l’attuale età dell’oro investendo nelle filiere che producono campioni. L’Italia che fa sistema, valorizzando competenze diffuse, territori, federazioni e scuole sportive, rappresenta un modello vincente. Anche per il mondo dell’economia.
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