Tremonti: «Nasce Commissione Italia-Cina, largo alla diplomazia parlamentare»

Il rilancio dell’organismo frutto della missione di una delegazione di deputati a Pechino lo scorso marzo. L’Europa torni ponte tra Occidente e Oriente. La sfida? Evitare la guerra

«Ricostituire un ordine internazionale fondato sulle regole, senza negare le differenze e i punti di contrasto». Un ordine in cui l’Europa possa recuperare il ruolo di «ponte tra Occidente e Oriente», con un obiettivo finale quanto mai strategico: «Evitare la guerra». Giulio Tremonti riassume così al Sole 24 Ore il fulcro del confronto che vedrà impegnata la «Commissione parlamentare di collaborazione italo-cinese», appena ricostituita dopo cinque anni grazie alla visita a Pechino, dal 22 al 25 marzo scorso, di una delegazione della commissione Affari esteri della Camera guidata dall’ex ministro, che copresiede l’organismo assieme a Wang Donming, vicepresidente del Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo. Una riunione è già in agenda: si terrà il prossimo autunno a Roma, a Montecitorio.

La diplomazia parlamentare potrebbe funzionare laddove la diplomazia convenzionale fallisce?

 Nella diplomazia convenzionale i rapporti tra gli Stati scontano la rigidità legata all’origine, alla provenienza dei Governi. Con la diplomazia parlamentare la rappresentanza è più vasta, perché include le opposizioni. Il dialogo è stato ampio. Durante la missione abbiamo incontrato non solo i colleghi parlamentari, ma anche i rappresentanti del Partito comunista cinese, del Dipartimento internazionale e della Scuola centrale del Comitato centrale del Pcc.

Scuola dove lei nel 2009 aveva tenuto una lezione proprio sulla crisi della globalizzazione.

 Sì. A marzo ho indossato apposta la cravatta della Scuola, molto austera. Nessuno dei nostri interlocutori la aveva. Tutti portavano ormai cravatte “occidentali”. È un segno: rispetto ad allora la Cina ha mantenuto la sua gigantesca dimensione economica ma in aggiunta ha ormai sviluppato una altrettanto gigantesca dimensione politica, paragonabile a quella americana. La proposta italiana, diciassette anni fa, durante la presidenza italiana del G8, era stata quella di produrre regole condivise per passare dal free trade al fair trade. Il senso era chiaro: non si può vivere in un mondo in cui l’unica regola è che non ci sono regole, serve invece un global legal standard. Andò diversamente. Si pensò che fosse sufficiente stampare moneta, produrre regole di prudenza sulla finanza, e vinse la formula del Financial Stability Board. Oggi di stability se ne vede ben poca!

 La Cina era d’accordo?

 Il giorno dopo la mia lezione fummo invitati invitati in Piazza Tienanmen per una conversazione con il presidente della Scuola. Era il vicepresidente della Repubblica popolare cinese e si chiamava Xi Jinping. Paragonammo a un tavolo la struttura del mondo dopo la crisi. Xi disse che un tavolo, per essere stabile, deve avere almeno tre gambe. Alludeva all’America, all’Europa e alla Cina, lo stesso triangolo indicato nel Manifesto di Ventotene: America, Europa e Asia.

 In questo tripolarismo l’Europa non è troppo debole?

 Io vedo segnali incoraggianti. L’Europa ha gestito bene lo scontro sui dazi con gli Stati Uniti. Ha adottato una proiezione geopolitica con il Mercosur, che modifica lo schema dei Brics. Ha approvato gli eurobond per la difesa dell’Ucraina, una svolta storica. Quando nel 2003 furono proposti per la difesa comune, durante il semestre di presidenza italiana del Consiglio europeo, il premier britannico Gordon Brown disse che votava contro perché era nation building. Una logica che anticipava la geopolitica futura, resa attuale dalla guerra a Kiev.

 Il riarmo, però, divide. Anche in Italia.

 La spesa militare deve essere europea. E questo punto scavalca il dibattito attuale. Tra l’altro i calcoli vanno fatti considerando la guerra “nuova”. I generali francesi nel 1940 vedono la linea Maginot ma ignorano il motore a scoppio, ovvero i carri armati. Allo stesso modo, oggi gli strateghi militari troppo spesso ignorano la modernità segnalata dalla guerra in Ucraina.

 I droni?

 Esatto. Già nel 2000 con il generale Carlo Jean scrissi “Guerre stellari. Società ed economia nel cyberspazio”. Non bisogna commettere l’errore di investire sulle vecchie armi a fronte di una guerra combattuta con le nuove. E non bisogna parlare di spesa nazionale, ma ragionare a livello europeo.

Questa Europa è capace di superare i campanilismi, anche industriali?

 Sì. Alla fine l’aereo migliore che c’è in giro è ancora l’Airbus. Ma certamente l’Europa a cui mi riferisco non è quella ottusa dell’interventismo normativo e burocratico. Non è quella, per intenderci, delle bustine di zucchero imposte nei bar una ventina d’anni fa che dal 12 agosto dovranno essere sostituite con dispenser ricaricabili.

A furia di parlare di guerra, non si rischia di scordare che la pace è il fine supremo dell’integrazione europea?

 È vero che si è verificata la profezia di Napoleone a Sant’Elena: «Quando la Cina si sveglierà il mondo tremerà». Ma io non credo che l’orizzonte sia la guerra. La Cina ha una mentalità mercantile, la Grande Muraglia era difensiva. Nel 1989 nel saggio “La Guerra Civile” descrivevo la sostituzione della guerra tradizionale di conquista dei territori, la guerra di Tucidide, con un altro tipo di conflitto per la conquista dei mercati e delle rotte commerciali. Ieri la Cina combatteva per Via della Seta, oggi per la rotta dell’Artico che trasformerà la Russia nella Bielorussia di Pechino. Già ci sono lavoratori cinesi in Siberia.

Dietro i conflitti reali, dall’Ucraina all’Iran, sembra però esserci l’ombra della competizione forsennata tra Washington e Pechino, con Mosca nel mezzo. 

 Nel 2005 segnalavo i «rischi fatali» per l’Europa dopo l’11 settembre, tra cui la reazione del mondo arabo ortodosso contro la blasfema civiltà occidentale. Per molti versi siamo ancora lì, sulla linea del nodo di Gordio basata sul confronto tra Oriente e Occidente, un luogo della storia di cui noi europei siamo soldato di guardia. La storia non è affatto finita. È tornata con gli interessi arretrati e con la geografia. La grande sfida è evitare la guerra, limitandola alla sua dimensione “civile”. Io ho fiducia.

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