Umbria Jazz, un successo che si conferma e supera

Con l’Italia disseminata di festival in ogni angolo e su tutte le tipologie di spettacolo, mantenere una centralità e un’identità non è impegno di poca cosa: anche perché le amministrazioni pubbliche come i privati, soprattutto in estate producono una sequenza impressionante di appuntamenti, a contendersi un pubblico bisognoso di musica, libri, cinema, parole.

Umbria Jazz è una delle istituzioni più antiche, una manifestazione in cui si riconoscono gli utenti, i turisti, un’intera regione, che quel marchio di musica e altro ha veicolato in mezzo mondo, a partire dalla prima, avventurosa edizione del 1973.

Nel tempo questo è diventato un caposaldo per la colonna sonora di stagione, un concetto di festival in cui offrire, a strati, suggestioni, suoni, personaggi e ipotesi di show alquanto diversi.

In questa tornata 2026 gli organizzatori cantano vittoria per varie ragioni: numero di biglietti venduti, 46mila, incassi, oltre tre milioni di euro, e poi, soprattutto la quantità di concerti, anche gratuiti, e di spettatori coinvolti nella città di Perugia, inondati di musica per dieci giorni, dal mattino a notte inoltrata. La formula di una rassegna così affollata e complessa deve per forza di cose tenere conto dei gusti, delle esigenze di molti, se non tutti. Ecco allora che la denominazione jazz ha voluto necessariamente considerare nel tempo un ampio spettro di artisti, cosa che capita peraltro nella maggioranza dei festival-contenitori internazionali.

E se per sistemare le esigenze di botteghino si piazzano figure del più pregiato mainstream come Sting e Zucchero, accolti da trionfali sold out, ecco che per allargare la visuale, a Umbria Jazz quest’anno sono arrivati Gilberto Gil, l’ultimo dei grandi cantori brasiliani, Elvis Costello, interprete e songwriter raffinato, mai banale, un giovane virgulto della più recente onda blues elettrica, Christone Kingfish Ingram e poi Laurie Anderson: ovvero la testimone-pioniera più credibile della multimedialità elettronica, che tra testi, suoni, proiezioni, ha ricordato e citato i riferimenti, i suoi eroi, Ginsberg e Dylan, Buddha e Lou Reed, Gertrud Stein e William Burroughs, “Language is a virus”, per chiudere la performance con una piccola lezione di Tai Chi, condivisa con la platea.

Eppure, nonostante questa composizione polifonica di segnali musicali, il jazz nelle sue diverse anime resta l’elemento protagonista, per una condizione di ascolto che premia gli appassionati e conforta gli stessi artisti. Su tutti, nell’edizione chiusa domenica 12, possiamo sottolineare i set di Charles Lloyd, storico sassofonista-flautista di una corrente capace di combinare spiritualità e free, quello dei Five Elements di Steve Coleman (ma sul palco sono in quattro), dal formidabile flusso torrentizio di fiati e ritmi, o ancora i Beat, sorta di reincarnazione dei King Crimson, oggi nelle mani di due solisti esemplari, sovrumani come il chitarrista Adrian Belew e il bassista Tony Levin. Il jazz ‘made in Italy’ ha poi ribadito la qualità di formazioni di appeal sicuro, dalla band All Stars di Stefano Bollani, Enrico Rava, Paolo Fresu and Friends, alla reunion del Perigeo, sciolti da tempo, ma qui rivisti in ottima forma, a ricordare, anche loro, l’esibizione del lontanissimo 1973.

Nel calendario distribuito tra molti spazi tutti raggiungibili in pochi minuti, Perugia miscela bene la sua vocazione di città d’arte con la potente onda di suoni, al punto da investire anche i visitatori casuali, i turisti per caso che qualche scheggia musicale sapranno conservare.

In un 2026 che a Umbria Jazz è servito a ricordare i centenari della nascita di John Coltrane e Miles Davis, e anche quello di Dario Fo, scelto con un suo dipinto per il manifesto-immagine del festival, resta da riflettere sul divenire, con una generazione di artisti che avanza nell’età e stenta a trovare eredi all’altezza della Storia. Emblematico in tal senso il caso di Jon Bastiste cantante-polistrumentista capace di riempire l’Arena Santa Giuliana: non ancora quarantenne, ha già accumulato premi e riconoscimenti, spazia con disinvoltura da Monk a Beethoven, da Volare alle hit del soul, dalla tradizione della sua Louisiana a ‘soli’ pianistici da virtuoso. Miete applausi, oooohh di stupore e giostra a favore di pubblico, perché sa bene che tutto quanto fa spettacolo. Sarà il futuro o è già il presente della nouvelle cuisine?

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