
Stop ai pellegrinaggi tra 5-6 sportelli per accedere ai benefici, cure a casa “su misura”, Rsa da potenziare e nuova Prestazione universale: le proposte del Patto per un Nuovo Welfare sulla Non autosufficienza
Rilanciare con la prossima legge di Bilancio la riforma della non autosufficienza destinata ai 4 milioni di anziani fragili (legge 33 del 2023), mettendo in campo un primo miliardo di euro – aggiuntivo ai fondi già presenti – per dare sostanza a quattro priorità: accesso semplificato alle procedure, cure domiciliari tagliate su misura per pazienti e caregiver, potenziamento dell’assistenza nelle Rsa – che oggi vede 270mila persone in lista d’attesa a fronte di 300mila posti letto attivi – e riscrittura della Prestazione universale. Sono le proposte presentate dal Patto per un nuovo Welfare sulla Non autosufficienza che riunisce 61 organizzazioni e che nel 2021 era stato primo promotore della Riforma.
«Con 10 milioni di persone coinvolte ogni giorno in Italia nell’assistenza tra anziani, familiari, caregiver e operatori – spiegano Cristiano Gori ed Eleonora Vanni, coordinatori del Patto – siamo di fronte a un’emergenza sociale che tocca nel profondo il tessuto del nostro Paese. Per questo chiediamo che con lo stesso spirito bipartisan che ha portato al varo della legge delega 2023, le forze politiche si uniscano rispondendo all’appello della società civile per mettere a terra con la manovra 2027 un programma di interventi progressivi ma concreti».
Oggi i dati fotografano una realtà ben diversa: 5-6 passaggi burocratici per ottenere riconoscimenti d’invalidità e benefici, appena sedici ore l’anno di assistenza domiciliare per anziano (in Danimarca a esempio sono 150), grave carenza anche nella distribuzione territoriale delle Rsa con il Sud del Paese in svantaggio, un’indennità di accompagnamento che attende una riforma organica da 45 anni e che di fatto ha visto fallire la sperimentazione che era stata lanciata dalla Riforma stessa, su 25mila grandi anziani gravissimi con Isee minimo.
La priorità è partire, seppure con gradualità perché la montagna da scalare è decisamente alta e impervia come sa un cittadino su sei in Italia coinvolta nell’emergenza invecchiamento e disabilità. Un tema sempre più caldo, come il clima rovente che in questi mesi attanaglia in primis proprio gli anziani travolti da condizioni fisiche e mentali precarie, multicronicità, isolamento e povertà energetica che rischia di trasformare anche condizionatori salvavita in un miraggio. Il futuro al momento non prepara niente di roseo: i prossimi 10 anni vedranno aumentare del 30% gli over 85 cioè la fascia di popolazione con i bisogni assistenziali più elevati. Se “non siamo all’anno zero” come tengono a sottolineare gli esperti del Patto, dopo tre anni di sostanziale stand-by l’attuazione di quella che è “una buona riforma” non può più attendere.
«Il Patto propone un percorso graduale di attuazione della riforma – sottolinea Gori – improntato alla doppia sostenibilità: economica e attuativa. Il miliardo che abbiamo individuato per partire nel 2027 è un investimento fresco rispetto ai vari fondi già in campo e non può essere inferiore: non chiediamo “mancette pre elettorali” ma un segnale di impegno concreto da parte di tutta la politica, a cui nel mese di settembre presenteremo nel dettaglio la nostra proposta».
A guardare le prime carte, nel triennio 2027-2029 il programma di rilancio del Patto prevede poco più di 6 miliardi di euro, sostanzialmente in linea con quanto preannunciato con il primo lancio della Riforma.
Intanto occorre partire e se gli interventi di “antiburocrazia” sono a costo zero, di certo serviranno denari per potenziare l’assistenza a casa e i posti letto e i modelli di cura nelle Rsa. «Sul primo fronte, l’idea è di attivare un servizio domiciliare pubblico pensato proprio per gli anziani non autosufficienti e oggi assente in Italia – avvisa Gori -: Non quindi interventi occasionali limitati a cure mediche e fisioterapia ma un modello che unica prestazioni sanitarie, interventi sociosanitari e supporto alla vita quotidiana in base al bisogno soggettivo di paziente e caregiver e in cui le risposte diventano più continuative quando necessario e si riducono epe bisogni minori». Per un modello che «è già condiviso da decenni ma ancora poco messo in atto», si stima servano 577 milioni nel 2027, 1,5 mld scarsi nel 2028 e altri 1,5 mld nel 2029.
Per le Rsa la proposta del Patto mette in preventivo 433 mln nel 2027, 841 mln nel 2028 e 1,2 mld nel 2029: serviranno ad aumentare del 30% i posti letto e il numero degli operatori e più in generale per “intervenire su accessibilità, qualità ed equità”, in cui il contributo richiesto alle famiglie sia proporzionato alle loro effettive possibilità economiche mentre spetterà a una legge garantire regole più chiare e uguali per tutti.
Infine, il 2027-2028 dovrà essere il biennio buono per sperimentare su almeno 30mila anziani, con un costo di 37,8 mln l’anno, la nuova Prestazione universale per la non autosufficienza: se oggi tutti ricevono lo stesso importo, anche con bisogni assistenziali molto diversi, il patto propone di superare questa impostazione dando maggiore sostegno a quanti necessitano di più assistenza. «A esempio – spiega ancora Gori – un anziano potrebbe ricevere 750 euro al mese e un altro 1.200, in base ai rispettivi bisogni di cura e assistenza». Chi vive in una Rsa, e deve sostenere costi particolarmente alti, riceverebbe contributi maggiori.