Come l’AI sta trasformando la cyberwar e le infrastrutture critiche in bersagli vulnerabili

Nadar Zafrir, Ceo di Check Point Software Technologies, azienda israeliana di cybersecurity, in esclusiva al Sole24Ore: «Le infrastrutture critiche sono solo la punta dell’iceberg e i governi possono rallentare la diffusione dei modelli di AI, ma non fermarla»

Le guerre in Ucraina e Medio Oriente stanno cambiando anche il volto della sicurezza informatica, ma il vero punto di svolta deve (probabilmente) ancora arrivare. È di questa idea Nadav Zafrir, Ceo di Check Point Software Technologies ed ex comandante dell’Unità 8200 dell’intelligence militare israeliana, secondo cui il vero potenziale della cyberwar sarà accelerato dalla diffusione dell’intelligenza artificiale. In questa intervista al Sole 24 Ore spiega perché le infrastrutture critiche diventeranno il bersaglio principale degli attacchi e quale ruolo potranno avere governi e imprese nella corsa all’AI.

Gli ultimi conflitti hanno cambiato il volto della guerra cibernetica?

Credo che non abbiamo ancora assistito a qualcosa di davvero drammatico: la guerra cibernetica esiste praticamente fin dagli inizi di Internet e con la progressiva digitalizzazione del mondo la superficie di attacco si è ampliata e, di conseguenza, sono aumentate le opportunità di offesa. Il cybercrime continua a crescere perché è un fenomeno difficile da contrastare e accanto alle iniziative a sfondo economico vi sono le attività degli Stati nazionali, dallo spionaggio industriale a finalità più distruttive. Il cyberspazio non conosce confini ed è uno degli strumenti dell’arsenale di qualsiasi conflitto, utilizzato soprattutto per raccogliere informazioni di intelligence, ma il cambiamento più profondo deve ancora arrivare.

Perché sostiene che il peggio deve ancora arrivare?

Perché la democratizzazione delle tecnologie e dell’intelligenza artificiale renderà il mondo molto più vulnerabile. Le infrastrutture critiche, i servizi pubblici essenziali, il settore sanitario sono destinati a diventare bersagli sempre più esposti. Lo abbiamo già visto con alcuni attacchi agli ospedali, ma credo che oggi stiamo osservando soltanto la punta dell’iceberg. I modelli di AI più avanzati sono sempre più efficaci nell’individuare vulnerabilità e questo rende molto più difficile proteggere ambienti industriali e IoT, sistemi Operational Technology e Scada, reti connesse e controllori di Plc.

Che cosa cambia rispetto al passato?

La distinzione tra obiettivi militari e civili diventa sempre meno significativa perché tutti utilizzano le stesse infrastrutture digitali. Siamo entrati in un’epoca in cui aumenta la vulnerabilità di sistemi essenziali che non possono essere aggiornati con la stessa rapidità dell’IT tradizionale. Per questo credo che la cybersecurity debba cambiare approccio.

In che modo?

Negli ultimi anni abbiamo investito moltissimo nella capacità di rilevare gli attacchi e rispondere agli incidenti ma questo non basta più. Serve una rinascita della prevenzione: il primo obiettivo della sicurezza deve tornare a essere quello di impedire che un attacco abbia successo. Allo stesso tempo bisogna automatizzare le contromisure, ragionando in termini di ore, minuti e, in alcuni casi, millisecondi. Gli attaccanti si muovono ormai alla velocità delle macchine e anche la difesa dovrà operare con gli stessi tempi. Non si tratta più soltanto di proteggere reti, data center o dispositivi: l’obiettivo non è più semplicemente offrire cybersecurity, ma rendere sicura la trasformazione guidata dall’AI in ogni impresa e in ogni amministrazione pubblica.

Gli Stati Uniti hanno rimosso alcune restrizioni sull’accesso ai modelli più avanzati di Anthropic. Quale ruolo possono avere i governi?

È comprensibile che esista un certo livello di controllo sui modelli di frontiera dell’intelligenza artificiale e sulle modalità con cui vengono messi a disposizione ma bisogna essere realistici: i governi possono rallentare questo processo di innovazione ma non fermarlo. Se un modello non sarà sviluppato da un’azienda, lo sarà da un’altra: non è una corsa che riguarda solo l’Occidente, è un fenomeno globale.

Qual è la nuova frontiera della difesa?

Gli agenti. Sempre più organizzazioni affideranno a questi strumenti autonomi attività operative e decisionali e ciò introduce una superficie di attacco completamente nuova. Nel settore finanziario, per esempio, vediamo nascere agenti autonomi che agiranno come consulenti bancari, aprendo una superficie di attacco completamente nuova. Per questo stiamo sviluppando Small Language Model capaci di comprendere il comportamento dell’agente e proteggerlo in tempo reale, impedendo che venga manipolato. Il tema non è soltanto integrare modelli sempre più potenti, ma costruire un livello di sicurezza capace di operare durante la fase di esecuzione, nel momento stesso in cui l’AI prende una decisione.

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