“Vicino è bello”: alla scoperta delle Dolomiti lucane a pedali

Molto più giovani delle loro “sorelle maggiori” del nord, quelle meridionali hanno anche loro un fascino straordinario, fatto di silenzi, di luoghi abbandonati e di forme oniriche. Sono disponibili percorsi fatti su misure per le proprie esigenze cicloturistiche

Pedalare tra le formazioni rocciose delle Dolomiti, insinuandosi con la bici nel velluto verde di un manto boschivo rigoglioso in cui il territorio è segnato non dagli abeti e dai larici, ma da roverelle, querce e cerri, che a queste latitudini si spingono fino a superare i mille metri di quota.

No, non siamo sulle Alpi. Siamo nel profondo Sud, nelle Piccole Dolomiti Lucane, in Basilicata, paradiso ancora poco conosciuto del cicloturismo.

Dal punto di vista geografico fanno parte degli Appennini. In comune con le “sorelle maggiori” e più famose dell’arco alpino le Dolomiti Lucane hanno la provenienza geologica dal fondo del mare, le creste frastagliate e le forme ardite, bizzarre, quasi oniriche che incuriosiscono il visitatore e lo lasciano a bocca aperta.

Però sono molto più giovani (“solo” 13 milioni di anni di età contro 250) e assai meno alte (il picco è a 1450 metri contro gli oltre 3300 della Marmolada). Due mondi, al di là del nome che le accomuna, tra loro assai diversi.

Da queste parti, per esempio, non si sente il rombo dei motori delle auto e delle moto, ma il cinguettio degli uccelli e il fruscio del vento tra le fronde degli alberi. Si pedala immersi nel silenzio. Sui tornanti delle strade asfaltate le macchine che passano nell’arco di un’intera giornata si contano sulle dita di una mano.

Può capitare piuttosto di dover cedere il passo ad una mandria di mucche o ad un gregge di pecore che invadono la carreggiata sotto lo sguardo benevolo del pastore a cavallo.

In altre parti d’Italia il ciclista che pedala su asfalto si sente un ospite fuori posto, a mala pena tollerato. Qui, invece, è il padrone indisturbato della strada. E non deve sorprendere: con 52 abitanti per chilometro quadrato la Basilicata è, dopo la Valle d’Aosta, la regione d’Italia con la più bassa densità di popolazione.

Del resto, siamo poco a Sud di Eboli, a una sessantina di chilometri da Aliano, il borgo della Lucania dove tra il 1935 e il 1936 Carlo Levi trascorse al confino due anni della sua vita. Da Aliano, trasfigurato letterariamente in “Gagliano”, Levi ha raccontato nel suo “Cristo si è fermato ad Eboli” il mondo contadino della Basilicata nell’Italia fascista degli anni Trenta. Inizialmente, dunque, un luogo di pena, ma così carico di fascino che alla fine Levi scelse di essere sepolto proprio ad Aliano, dove era stato scaraventato dalla violenza della sopraffazione di un regime dittatoriale.

E qui tra borghi antichi che tendono a spopolarsi, dove molti giovani non vedono un futuro e scelgono di emigrare per inurbarsi nelle città del Centro e del Nord Italia o all’estero, c’è in realtà un patrimonio immenso e straordinario di bellezza, di natura, di biodiversità, di resilienza e di solidarietà umana, che solo di recente ha iniziato a trovare in sé le forze del riscatto.

Castelmezzano e Pietrapertosa sono uno degli epicentri di questa rinascita: due piccole gemme incastonate tra le creste dolomitiche. Dal 1997 l’area, di grandissimo pregio naturalistico, fa parte del Parco regionale di Gallipoli Cognato e delle Piccole Dolomiti Lucane. Dieci anni dopo, nel 2007, i due borghi sono stati collegati tra loro da una via aerea. La chiamano “il Volo dell’Angelo”, un sistema di cavi d’acciaio sospesi nel vuoto per circa un chilometro e mezzo.

Chi sia alla ricerca di un’esperienza adrenalinica può farsi lanciare in entrambe le direzioni, superando i cento chilometri all’ora ad un’altezza da terra che raggiunge i 400 metri, per poi ritrovarsi dall’altra parte della forra.

Per quanto possa sembrare strano, il decollo turistico di questi borghi, in precedenza negletti, non è partito dai tesori paesaggistici e naturalistici dei luoghi, che di per sé avrebbero potuto fare la loro fortuna. È partito, invece, quasi vent’anni fa dai cavi d’acciaio del “Volo dell’Angelo” che si è rapidamente affermato come un’efficace attrazione turistica, richiamando l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica in ambito nazionale.

Poi è arrivata la “slittovia” di Castelmezzano, una discesa tra le rocce su monorotaia, che pure ha trovato tanti estimatori. E poi le vie ferrate. E i trekking. Nel giro di pochi anni le casette in abbandono di questi due paesini sono state riconvertite in bed & breakfast o in piccoli alberghi diffusi.

La foto di Castelmezzano sullo sfondo delle creste dolomitiche è diventata un’immagine iconica della Basilicata che si propone al mondo come meta turistica. In men che non si dica il paese è diventato un luogo ambitissimo per i selfie da condividere all’istante sui social.

Eppure entrambi i borghi, per quanto trasformati per effetto del turismo, sono ancora oggi molto belli. La visita vale davvero il viaggio. Ma è un processo da gestire con attenzione, perché il passo tra l’abbandono e le ingiurie dell’overtourism può essere molto breve.

“Indubbiamente il ‘Volo dell’Angelo’ ha dato glamour a questo territorio e ha portato nuova vita nei paesi”, osserva Marco Delorenzo, direttore del Parco regionale. “Noi cerchiamo – aggiunge – di preservare l’equilibrio fra tutela del patrimonio naturalistico e paesaggistico da una parte e promozione turistica dall’altra. Se prende piede il turismo naturalistico, ci guadagnano tutti, compresa la natura”.

Anche per questo il Parco ha creato una “Ciclovia della Bellezza”. Il nome non poteva essere più appropriato. È un anello di settantadue chilometri su strade asfaltate e sterrate nei boschi. Una meraviglia.

“Troppo spesso – chiosa Delorenzo – ci dimentichiamo che “vicino è bello”. A volte prendiamo aerei, facciamo migliaia di chilometri, produciamo CO2, per raggiungere posti lontani e vedere cose che abbiamo anche sotto casa, dove non te lo aspetti”.

Ma per i cicloturisti che cerchino qualcosa di più rispetto all’anello della “Ciclovia della Bellezza” la Basilicata offre tantissimo. Piste ciclabili vere e proprie ce ne sono poche. Si può tuttavia facilmente sopperire a questa carenza infrastrutturale scegliendo di percorrere le strade asfaltate della viabilità secondaria, che di fatto sono delle ciclovie.

In questo aiutano le app di escursionismo come Komoot o Ride with Gps o altre ancora. In alternativa ci si può rivolgere ad uno dei bike travel designer attivi in zona.

Tra questi Simon Laurenzana, 46 anni, un passato da educatore e un presente e un futuro come operatore/imprenditore nel campo del cicloturismo. È uno di quelli che hanno scelto di restare nella propria terra e di puntare sulla bici come leva di sviluppo per ricavarne un lavoro.

Di anno in anno la sua creatura, il Basilicata Bike Trail, riscuote sempre più successo. È una manifestazione non competitiva per gli amanti dei cicloviaggi nella forma del bike packing. Nel 2026, sesta edizione, si sono iscritti in trecento da tutta Italia. Numeri importanti per la Basilicata, mai visti prima. Tasso di reiscrizione al 25%, segno che il prodotto piace. Il modello, già collaudato in altre regioni (Tuscany Trail, Marche Trail, Veneto Trail), funziona.

L’itinerario è un “coast to coast” da Metaponto sullo Ionio a Maratea sul Tirreno. Tre percorsi diversi, più o meno impegnativi, secondo i gusti. “Il pubblico – osserva Simon – è variegato: dall’ultracyclist che pedala anche di notte alla coppia alla sua prima esperienza di cicloviaggio”.

Tramite la sua Bike Travel Basilicata Simon disegna a richiesta tracce Gpx sartoriali, progettate su misura del committente. Prende nota dei desiderata: numero di giorni; chilometraggio massimo per tappa; dislivello; asfalto o sterrato; gravel, mountain bike o bici da corsa; luoghi da visitare. Ne nasce un itinerario personalizzato, che il cicloturista forestiero può percorrere, seguendo il navigatore da bici.

Il cicloviaggio descritto in questo racconto è nato così, dalla sua matita. “La Basilicata – commenta Simon – è una meta poco conosciuta. Pedalo da anni nei capillari di questa terra. Ma ancora oggi continuo a sorprendermi e ad entusiasmarmi. Girare in bici da queste parti è un grande regalo”.

Sulla stessa lunghezza d’onda Vincenzo Grippo, presidente del Parco. “Il nostro territorio – afferma – è uno straordinario scrigno di biodiversità. È un laboratorio scientifico a cielo aperto, che per la sua ricchezza e la sua varietà incanta tutti, dagli addetti ai lavori ai bambini”.

E come dar torto a questi lucani innamorati della loro terra? In effetti dopo aver pedalato nelle Piccole Dolomiti anche il cicloviaggiatore più esigente e più navigato deve riconoscere che in fondo è proprio così: “Vicino è bello”.

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