
Ondate di calore e stress da alte temperature restano i fattori più rilevanti. Emerge dall’Osservatorio Crif
Tutta Europa sta facendo i conti in questi giorni con le ondate di calore che stanno provocando picchi di temperature in alcuni casi superiori ai 40 gradi. Una situazione estrema che sta generando conseguenze importanti. A fronte del grande disagio causato alle persone, ci sono infatti problematiche economiche enormi anche per le aziende.
Più di un terzo (34,3%) delle piccole e medie imprese italiane (Pmi) che hanno ricevuto finanziamenti risultano «associate alle classi di rischio più alte»: il virgolettato appartiene ai risultati dell’Esg Outlook 2026, l’osservatorio di sostenibilità di Crif giunto alla quarta edizione; il rischio di cui si parla è quello “fisico” provocato appunto dal cambiamento climatico. Siamo dunque nell’ambito di alluvioni, stress idrici, ondate di calore e altri fenomeni simili che stanno devastando grandi territori.
Il monitoraggio realizzato dagli analisti ha riguardato 315mila Pmi e 600 grandi aziende italiane ed è relativo al 2025.
Crif, assieme a Risk Engineering and Development (Red), ha considerato 18 fattori di rischio su tre dimensioni: pericolosità geografica, vulnerabilità ed esposizione. In particolare per «vulnerabilità» si intende la stima degli impatti economici che il verificarsi di un certo evento naturale può determinare sull’impresa, in funzione del settore economico in cui opera; l’«esposizione» è invece il valore degli asset e della produzione dell’azienda su cui possono incidere negativamente gli eventi naturali.
Le previsioni generano poi un punteggio da 1 (rischio basso) a 5 (rischio molto alto).
Tornando alla correlazione finanziamenti-rischio fisico, nel report viene evidenziato che rispetto al 2024 c’è stato un leggero aumento della percentuale di Pmi associate alle classi di rischio più elevate: per il rischio fisico alto, nel 2025, la percentuale è stata del 28% contro il 27,7% dell’anno precedente; stesso discorso per la classe “molto alto” con un 6,3% contro il 5,7 % registrato nel 2024.
Sommando le due percentuali si arriva dunque al 34,3% di finanziamenti erogati a Pmi associate a classi di rischio fisico elevato.
«I rischi fisici legati al verificarsi di fenomeni naturali estremi non sono più uno scenario futuro ma una variabile presente, misurabile e sempre più rilevante nelle decisioni di credito e di investimento – ha spiegato Marco Macellari, Ceo di Crif Synesgy Ratings –. In quest’ottica, Crif ha sviluppato strumenti analitici di elevata granularità proprio per consentire a banche e imprese di valutare e gestire questa esposizione in modo consapevole e strutturato».
L’analisi di Crif consente anche una classifica dei rischi fisici. «Tra i 18 fattori di rischio considerati dall’analisi, in termini di esposizione a un rischio almeno “moderato” (Pear – Potential Exposure At Risk) – si legge nel documento –, stress da alte temperature e ondate di calore continuano a rappresentare i fattori più rilevanti».
E per i rischi fisici più elevati? «Con riferimento all’esposizione a un rischio almeno “alto” (Pesar – Potential Exposure Seriously At Risk) – viene spiegato nel report di Crif –, il terremoto si conferma il fattore con i valori più elevati, stabile nel tempo in quanto indipendente dalle variazioni climatiche. Le variazioni più significative rispetto all’anno precedente (2024) riguardano alluvioni e frane, coerentemente con l’aggiornamento dei rispettivi modelli di stima».
C’è infine anche una mappatura geografica del rischio fisico medio per regione. Sicilia, Calabria ed Emilia-Romagna si collocano ai vertici della classifica registrando livelli di rischio più elevati, mentre Piemonte, Molise, Lombardia e Toscana presentano valori più contenuti.
«La sostenibilità oggi non è più un elemento accessorio – conclude Macellari – ma una leva strutturale per la gestione del rischio e la creazione di valore a lungo termine».