Rifugi, l’insostenibile peso dell’overtourism

Uno studio su 2.226 strutture in quota rivela un sovraccarico turistico, con una domanda di accoglienza da albergo. E conseguenze sull’ambiente

Una volta si arrivava al rifugio, si mangiava quello che c’era e si dormiva dove capitava. Oggi può capitare di prenotare non soltanto il letto, ma anche il turno per il pranzo. Si chiede una camera per due, la connessione internet, un menu adatto alle intolleranze alimentari e, possibilmente, una doccia calda. È il segno di una trasformazione che negli ultimi anni ha cambiato tanto gli ospiti quanto i gestori dei rifugi alpini. Ma fino a che punto un rifugio può cambiare senza diventare un hotel d’alta quota?

A raccontare questo cambiamento è anche uno studio pubblicato sul Journal of Outdoor Recreation and Tourism. Il lavoro, a cui capo è Riccardo Beltramo docente dell’Università di Torino, ha raccolto le risposte dei gestori di 226 rifugi, circa un quarto di tutte le strutture gestite censite nell’arco alpino italiano. I gestori sono osservatori privilegiati di ciò che accade in quota: incontrano ogni giorno i visitatori e, allo stesso tempo, devono fare i conti con i limiti fisici e ambientali della montagna.

Lo studio individua segnali di superamento della capacità di carico turistica — dall’affollamento al degrado ambientale, fino alle crescenti difficoltà di gestione — e indica nel cambiamento della domanda turistica uno dei principali fattori di pressione. Non significa che l’overtourism sia ovunque, ma che in alcune località i limiti cominciano a diventare visibili.

«Quando alla fine degli anni Novanta abbiamo cominciato a occuparci di rifugi, i pochi gestori che avevano deciso di realizzare camere da quattro posti letto venivano derisi. Oggi in molti rifugi ci sono camere per famiglie», racconta Beltramo.

I vecchi frequentatori, l’alpinista o l’escursionista disposti ad adattarsi a una camerata e a un menu essenziale non sono scomparsi. Ma accanto a loro sono arrivati nuovi pubblici: mountain biker ed e-biker, trail runner, famiglie con bambini, e poi tante persone che frequentano poco la montagna e scoprono un rifugio attraverso una fotografia o un video sui social.

«Molti bivacchi sono diventati destinazioni di persone che magari non erano mai andate in montagna. Qualcuno pubblica l’immagine di un paesaggio spettacolare, il luogo diventa virale e ci si può trovare davanti a un incremento esponenziale dei visitatori», dice ancora Beltramo.

Ma non c’è soltanto Instagram. È cresciuta anche la propensione verso le attività all’aria aperta e sono cambiati i modi di frequentare le alte quote. Il rifugio non è più necessariamente una tappa lungo il cammino lungo i più di 60mila chilometri di sentieri che solcano la Penisola. Sempre più spesso è la destinazione. E questo li cambia profondamente di significato.

Talvolta diventa qualcosa di ancora diverso. Ci sono rifugi che organizzano settimane per bambini, seminari universitari, concerti, presentazioni di libri e documentari. «Se organizzo un concerto al rifugio, posso attirare un pubblico che altrimenti non sarebbe mai venuto. Se organizzo una gara di arrampicata, arriveranno i climber». Sempre più spesso i rifugi diventano anche promotori di attività culturali e turistiche.

Il rifugio, ricorda Beltramo, «è anche un’impresa economica» e come ogni impresa cerca di interpretare, e qualche volta anticipare, la domanda. Così sono cambiati i menu, gli spazi, le camere e la comunicazione. Prima Facebook, poi Instagram e ora TikTok hanno permesso ai gestori di avere un rapporto diretto con gli ospiti e di trasformare il rifugio stesso in una destinazione. I gestori più anziani ricordano quando i rifugi erano soprattutto un punto di partenza per escursioni alpinistiche. Oggi con l’esplosione dell’escursionismo «l’alpinismo tradizionale è un po’ calato, in molti invece vengono qui per passare una notte e tornano a valle il giorno successivo o raggiungono un rifugio vicino», dice Giacomo “Mimmo” Fiorelli, che a 72 anni ancora gestisce, dal 1986 il Rifugio Giannetti, in Valtellina.

La trasformazione, però, porta con sé un equivoco. Soprattutto nei rifugi facilmente raggiungibili, alcuni visitatori si aspettano un servizio simile a quello di un ristorante o di un albergo. «Si confonde il rifugio con il ristorante o con l’hotel», osserva Beltramo, confermando la percezione di Fiorelli e molti altri gestori. Cambiano così le aspettative: i tempi di attesa, la scelta dei piatti, il rapporto tra qualità e prezzo, la disponibilità di acqua calda.

L’acqua, per esempio, non è una risorsa infinita. Molti gestori segnalano periodi di scarsità e sono costretti a razionalizzarne l’uso. Allo stesso tempo, offrire più servizi significa consumare più energia. Per esempio incrementando i voli in elicottero per il trasporto di materiali e viveri.

È uno dei paradossi della nuova montagna: mentre il cambiamento climatico rende più fragili le risorse da cui dipendono i rifugi, i visitatori chiedono livelli di comfort sempre maggiori.

Poi c’è il problema dei numeri. La crescita del turismo di prossimità e la capacità dei social di concentrare improvvisamente migliaia di persone nello stesso luogo possono produrre fenomeni di sovraffollamento difficili da prevedere. I gestori segnalano soprattutto l’abbandono dei rifiuti e la pressione sulle aree circostanti.

Uno degli strumenti per governare i flussi è la prenotazione. Ormai normale per dormire, in alcuni rifugi si sta estendendo anche ai pasti. «Mi è capitato recentemente di andare in un rifugio molto affollato e di essere inserito nel secondo turno per il pranzo, alle due e mezza», racconta Beltramo.

Ma controllare gli accessi non è semplice. Quando un luogo diventa virale, il fenomeno può coinvolgere non soltanto il rifugio, ma sentieri, parcheggi e intere aree protette. E la questione smette di riguardare soltanto i gestori e coinvolge comuni, parchi e amministrazioni.

Eppure, uno studio su 2.900 soci del Club Alpino Italiano mostra che la maggior parte si è dichiarata favorevole a misure restrittive per proteggere l’ambiente dagli effetti negativi del sovraffollamento. Misure come l’aumento delle tariffe di accesso e la limitazione del numero di visitatori in alcune aree sono percepite come necessarie per tutelare le risorse naturali e garantire un’esperienza di visita più sostenibile.

Di cambiamento ambientale parla anche Fiorelli: «Abbiamo modificato molte cose. Prima abbiamo installato una microturbina che sfruttava l’acqua di fusione della neve. Ma da quando questa scarseggia, abbiamo introdotto il fotovoltaico». In fatto di attenzione all’ambiente sostiene Fiorelli che questa sia aumentata: «Ci chiedono dei cestini, o comunque ciascuno riporta a valle i rifiuti che produce, prima eravamo meno attenti a queste cose».

C’è infine un limite più difficile da misurare: quello oltre il quale l’aumento dei servizi cambia la natura stessa del rifugio. I prezzi sono già cresciuti e per una famiglia trascorrere un fine settimana in quota può rappresentare una spesa importante. Aumentare ancora comfort e tariffe rischia di trasformare un luogo storicamente accessibile in qualcosa di diverso, elitario.

«Se il rifugio diventa un hotel di alta quota», osserva Beltramo, «si tradisce la sua promessa».

La questione, allora, non è decidere se i rifugi debbano rimanere come erano. Non potrebbero farlo: sono cambiati la montagna, il turismo e le persone che la frequentano. La sfida è capire fino a dove possano trasformarsi senza perdere ciò che li rende diversi da qualsiasi altro luogo di ospitalità.

«Noi vogliamo mantenere il carattere del rifugio. Abbiamo camerate condivise, bagni comuni», dice Fiorelli che però aggiunge: «Certo, abbiamo introdotto le docce. Le chiedono in molti, così come abbiamo dovuto rispondere alle tante esigenze diverse in fatto di cibo. Ma rimaniamo un rifugio in alta montagna, siamo a 2.500 metri».

Un rifugio può avere il Wi-Fi, una camera per due e un menu vegetariano, ma continua a trovarsi in un ambiente dove l’acqua può finire, l’energia deve essere prodotta e ciò che in città appare scontato, a duemila metri, non lo è affatto.

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