Gruppo Volkswagen, rischio Nokia dell’Auto? No, ma servono risposte rapide

I dati della semestrale confermano una situazione complessa ma risolvibile.

Il Gruppo Volkswagen rischia il fallimento, diventando la “Nokia” dell’Auto? No, nonostante una semestrale che apre scenari complessi per il futuro. Il gruppo di Wolfsburg ha rivisto al ribasso le previsioni di fatturato per l’intero anno, con un’utile sceso del 32,9% nel secondo trimestre. Complessivamente il fatturato è aumentato del 2% raggiungendo circa 82,44 miliardi nei tre mesi, nonostante il calo delle vendite di autovetture. L’utile operativo è diminuito di un decimo, attestandosi intorno ai 3,47 miliardi. Il margine operativo è sceso al 4,2% dal 4,7%. Il fatturato 2026 si attesterà allo stesso livello dell’anno precedente, con una possibile flessione fino al 3% (in precedenza, era prevista una crescita del fatturato fino al 3%) e il margine operativo resta compreso tra il 4% e il 5,5%, rispetto al 2,8% dell’anno precedente.

“Il modello economico del gruppo Volkswagen non è più sostenibile” cit. Oliver Blume, Ceo del Gruppo Volkswagen. Questa dichiarazione riassume alla perfezione il principale problema di VW, a partire dalla produzione tarata su volumi di 12 milioni di veicoli a fronte dei 9 attuali e dai mancati introiti arrivati dal mercato cinese, per decenni “la gallina dalle uova d’oro” per i conti della società. Per capire l’importanza del mercato cinese, Volkswagen vendeva 4.3 milioni di vetture nel 2019, contro i circa 2.7 milioni attuali. A questo si aggiungono le stime completamente sbagliate in materia di elettrico: l’ex Ceo Diess aveva previsto un milione di auto elettriche nel 2025 in vendute in Cina; nella realtà si sono fermati a 115.000 esemplari.

La crisi del Gruppo Volkswagen sembra ancora più grave perché arriva dopo 15 anni di crescita praticamente continua, capace anche di riprendersi dopo il Dieselgate. Ecco il testo da inserire dopo il titolo 15 anni di crescita. Dal 2011 al 2025 il Gruppo Volkswagen ha più che raddoppiato il proprio fatturato globale. I ricavi consolidati sono passati da 159,3 miliardi di euro a 321,9 miliardi, con una crescita complessiva del 102%. Un’espansione quasi continua, interrotta soltanto dalla flessione registrata nel 2020 durante la pandemia e dal lieve arretramento dello 0,8% contabilizzato nel 2025. Il massimo storico è stato raggiunto nel 2024, quando il giro d’affari del gruppo tedesco è salito a 324,7 miliardi di euro.

Il primo aumento rilevante è arrivato tra il 2011 e il 2012, con ricavi cresciuti da 159,3 a 192,7 miliardi. Nel 2013 il fatturato ha raggiunto 197 miliardi, per poi superare quota 200 miliardi nel 2014, chiuso a 202,5 miliardi. L’anno successivo, nonostante gli effetti del Dieselgate sui conti, i ricavi sono aumentati ulteriormente a 213,3 miliardi. La progressione è proseguita nel 2016 con 217,3 miliardi, nel 2017 con 229,6 miliardi e nel 2018 con 235,8 miliardi.

Nel 2019, ultimo esercizio prima della pandemia, il fatturato globale ha raggiunto 252,6 miliardi di euro. Nel 2020 le conseguenze delle chiusure produttive e della contrazione del mercato automobilistico hanno determinato una riduzione dell’11,8%, fino a 222,9 miliardi. Il recupero è stato rapido. Nel 2021 i ricavi sono tornati a 250,2 miliardi, con una crescita del 12,3%, mentre nel 2022 sono saliti a 279,1 miliardi. Nel 2023 Volkswagen ha superato per la prima volta la soglia dei 300 miliardi, arrivando a 322,3 miliardi grazie a un incremento annuo del 15,5%. La crescita dei ricavi non è stata accompagnata da un andamento altrettanto regolare del risultato operativo. Nel 2011 il gruppo aveva registrato un utile operativo di 11,3 miliardi di euro, pari al 7,1% del fatturato. Il risultato è rimasto vicino a questi livelli nei tre esercizi successivi, con 11,5 miliardi nel 2012, 11,7 miliardi nel 2013 e 12,7 miliardi nel 2014.

Nel 2015 gli accantonamenti e gli oneri legati al Dieselgate hanno portato il risultato operativo a un valore negativo per 4,1 miliardi, con un margine del meno 1,9%. Nel 2016 Volkswagen è tornata in utile con 7,1 miliardi, saliti a 13,8 miliardi nel 2017 e a 13,9 miliardi nel 2018. Nel 2019 il risultato operativo ha raggiunto 17 miliardi, prima della riduzione a 9,7 miliardi registrata nel 2020. Il valore più elevato del periodo è stato raggiunto dopo la pandemia. Nel 2021 il risultato operativo è salito a 19,3 miliardi e nel 2022 a 22,1 miliardi. Il massimo è arrivato nel 2023 con 22,5 miliardi e un margine del 7%. Nel 2024 il risultato è sceso a 19,1 miliardi, con una redditività operativa del 5,9%. La flessione si è accentuata nel 2025, quando l’utile operativo si è fermato a 8,9 miliardi e il margine è diminuito al 2,8%. Rispetto al 2011, il fatturato è risultato più che doppio, mentre il risultato operativo è stato inferiore del 21,3%.

Anche il flusso di cassa generato dalle attività operative ha mostrato un andamento irregolare. Dai circa 8,5 miliardi di euro del 2011 è sceso a 7,2 miliardi nel 2012, per poi salire a 12,6 miliardi nel 2013. Nel 2014 il cash flow operativo è stato pari a 10,8 miliardi e nel 2015 a 13,7 miliardi. Dopo i 9,4 miliardi del 2016, nel 2017 il dato è diventato negativo per 1,2 miliardi, anche per effetto delle variazioni dei crediti, del leasing e del capitale circolante legati alle attività finanziarie del gruppo. Nel 2018 il flusso operativo è tornato positivo per 7,3 miliardi, salendo a 18 miliardi nel 2019 e a 24,9 miliardi nel 2020. Il massimo dei quindici anni è stato raggiunto nel 2021 con 38,6 miliardi di euro. Da quel momento è iniziata una riduzione progressiva, con 28,5 miliardi nel 2022, 19,4 miliardi nel 2023, 17,2 miliardi nel 2024 e 15 miliardi nel 2025.

La risposta su come gestire la crisi è arrivata dal Consiglio di Amministrazione al Consiglio di Sorveglianza, dove il gruppo diretto da Oliver Blume ha presentato un piano articolato in diverse iniziative strategiche e gli obiettivi per il 2030. Programma che non mette nero su bianco chiusura degli impianti o licenziamenti ma, tra le priorità immediate, la riduzione della complessità e del numero di varianti all’interno della gamma prodotti, un più stretto allineamento tra prodotti, tecnologie e specificità dei mercati regionali, l’adeguamento delle capacità produttive all’evoluzione della domanda e la semplificazione delle strutture organizzative e del portafoglio partecipazioni del Gruppo. Tradotto? Meno modelli e versioni, riduzione della capacità produttiva per essere in linea con la domanda, cessione delle attività non strettamente correlate all’auto, produrre auto che rispondano alle richieste dei principali mercati a partire dalla Cina e strutture più snelle in materia di personale non legato alla produzione. Nonostante il quadro appaia complesso, il Gruppo VW continua ad essere al primo posto in Europa come immatricolazioni e nel 2025. Il programma prevede una focalizzazione sulle attività automotive. Il portafoglio delle partecipazioni e degli investimenti sarà gestito con una maggiore attenzione al contributo strategico, al rendimento e all’impiego del capitale. L’obiettivo è aumentare il livello di focalizzazione, ridurre la complessità e accrescere la flessibilità finanziaria. In questa direzione si inserisce anche l’accordo raggiunto alla fine di giugno per la cessione della quota di maggioranza di Everllence. L’operazione genererà un afflusso di cassa di circa 7,4 miliardi di euro, rafforzando la solidità finanziaria del gruppo e ampliando la capacità di investimento per il suo sviluppo strategico futuro. Nessuna informazione fondata su una possibile cessione di Ducati e quotazione di Lamborghini.

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