Il Cio riapre la porta a Mosca tra pragmatismo olimpico e ritorno della geopolitica dello sport

Il percorso verso Los Angeles 2028 racconta, ancora una volta, quanto sia difficile separare sport e geopolitica in una fase storica segnata da conflitti, sanzioni e nuove tensioni internazionali.

Con una decisione destinata a far discutere, il Comitato olimpico internazionale ha infatti revocato in via provvisoria la sospensione del Comitato olimpico russo, adottata nel 2023 dopo l’invasione dell’Ucraina. Non si tratta di una piena riabilitazione, ma di un passaggio che apre un ampio spiraglio verso il ritorno degli atleti russi nelle competizioni olimpiche e nelle qualificazioni ai Giochi di Los Angeles 2028.

La linea scelta dal Cio conferma una tendenza già emersa negli ultimi anni: mantenere la condanna politica dell’aggressione militare all’Ucraina, evitando però che l’esclusione sportiva si trasformi in una misura permanente. Gli atleti e le squadre russe potranno infatti tornare a prendere parte ai percorsi di qualificazione, purché rispettino i requisiti antidoping e nelle forme stabilite dalle singole federazioni internazionali. Resta invece sospesa la questione più simbolica e politicamente sensibile: la possibilità di gareggiare sotto la bandiera russa e con l’inno nazionale ai Giochi.

Il Cio ha precisato di non modificare la propria posizione di “ferma condanna” nei confronti dell’invasione dell’Ucraina. Allo stesso tempo, ha motivato la decisione con il fatto che il Comitato olimpico russo ha rimosso dalla propria struttura le organizzazioni sportive dei territori ucraini occupati, elemento che aveva rappresentato una delle principali ragioni della sospensione.

La scelta segna un ulteriore passo lungo un percorso già avviato a Parigi 2024, quando a 32 atleti provenienti da Russia e Bielorussia fu consentito di partecipare esclusivamente come neutrali, senza simboli nazionali. Gli stessi criteri erano stati confermati anche in vista delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026.

Oggi però il quadro appare diverso: il Cio non si limita a consentire la presenza individuale degli atleti, ma restituisce alle federazioni internazionali la responsabilità politica e sportiva della decisione finale.

È un precedente che richiama da vicino quanto accaduto con la Bielorussia. Minsk, coinvolta indirettamente nel conflitto in quanto alleata strategica di Mosca, è stata oggetto di misure analoghe, ma progressivamente gli organismi sportivi internazionali hanno cercato formule capaci di evitare esclusioni collettive e definitive degli atleti. La soluzione della neutralità, inizialmente concepita come misura eccezionale, sembra essersi trasformata in uno strumento stabile della diplomazia sportiva contemporanea.

Anche il calcio offre esempi significativi di questa evoluzione. Nel 2023 la FIFA tentò una parziale riapertura nei confronti della Russia autorizzando il ritorno delle nazionali Under 17 maschili e femminili nelle competizioni internazionali, sempre sotto bandiera neutrale. L’iniziativa fu però bloccata dalle forti resistenze di numerose federazioni europee, a partire da quelle affiliate alla UEFA, che si dissero indisponibili a scendere in campo contro rappresentative russe. Un episodio che dimostrò come, al di là delle decisioni degli organismi internazionali, la sostenibilità politica delle riaperture dipenda anche dal consenso degli stakeholder del sistema sportivo. La scorsa settimana la Fifa ha annunciato l’apertura del nuovo Festival Under 15 – in programma in Azerbaigian dal 22 al 31 ottobre 2025 – a «tutte le federazioni affiliate», inclusa la Russia.

Il caso olimpico ha tuttavia caratteristiche differenti. I Giochi rappresentano il più importante evento multisportivo globale e il Cio, per tradizione, tende a privilegiare l’universalismo e l’inclusione rispetto alla logica delle sanzioni indefinite. Non è un caso che da Mosca la decisione sia stata letta come un segnale politico positivo. Il ministro dello Sport Mikhail Degtyarev ha parlato di un movimento olimpico che deve restare “libero dalla politica” e ha definito il provvedimento un via libera per il ripristino dei diritti degli atleti russi.

Dietro le dichiarazioni ufficiali si intravede però anche una valutazione di realpolitik. Alle Olimpiadi di Tokyo, disputate nel 2021, la Russia schierò oltre 300 atleti e conquistò 71 medaglie, confermandosi una delle principali potenze dello sport mondiale. L’assenza quasi totale di Mosca da Parigi 2024 ha inevitabilmente inciso sul livello competitivo di numerose discipline, alimentando il dibattito sull’efficacia e sulla durata delle esclusioni.

Resta da capire quale sarà la risposta delle federazioni internazionali. Alcune potrebbero seguire rapidamente l’indicazione del Cio e riaprire le qualificazioni agli atleti russi; altre, soprattutto negli sport più coinvolti dalle tensioni geopolitiche, potrebbero mantenere restrizioni significative. Ne deriva uno scenario frammentato, nel quale la geografia della partecipazione olimpica potrebbe variare disciplina per disciplina.

«La decisione del CIO di rimuovere il ban nei confronti della Russia e di aprire nuovamente la strada alla sua partecipazione ai Giochi Olimpici lascia profondamente perplessi. Lo sport internazionale non può fingere che nulla sia accaduto e soprattutto non può ignorare una guerra di invasione ancora in corso – sottolinea Mauro Berruto, responsabile Sport del Partito Democratico e deputato del Pd alla Camera -. Stupisce, ancora una volta, la direzione presa dalle governance dello sport mondiale. Dopo pochi giorni dalla vicenda che hanno visto la FIFA e Gianni Infantino genuflettersi a evidenti pressioni politiche provenienti dall’amministrazione americana, oggi assistiamo a una nuova decisione che pone interrogativi enormi: viene spontaneo chiedersi quali siano state le ragioni e le pressioni che hanno portato il CIO a questa scelta. E dire che c’è chi continua ingenuamente a pensare che lo sport e la politica debbano restare separati. Le violazioni del diritto internazionale e l’aggressione di un Paese sovrano avevano determinato una presa di posizione chiara del mondo dello sport, capace di esercitare il suo potere sanzionatorio, cosa mai successa, con un clamoroso vulnus di coerenza, davanti alle tragiche violazioni della Carta Olimpica da parte di Israele. Oggi la riammissione della Russia non è un atto neutrale: senza un reale cambiamento di scenario e senza un disimpegno chiaro rispetto alla guerra in Ucraina, rischia di trasformare lo sport in uno strumento di normalizzazione politica».

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