Il sogno d’oriente di una Bayadère flamboyante all’Opéra

Per l’undicesima volta al Teatro parigino il sontuoso canto del cigno di Rudolf Nureyev

L’ultima firma coreografica della star della danza del secondo Novecento risale a pochi mesi prima della sua morte. Era il mese di ottobre del 1992 quando Rudolf Nureyev presentava al Palais Garnier la sua ultima opera, insieme testamento artistico e canto del cigno di una lunga riflessione su quel repertorio ottocentesco che godette di un ripensamento senza eguali. Con “La Bayadère”, infatti, l’indimenticato divo approdava all’apice della sua articolata, complessa e magnificente visione coreografica in questo sontuosissimo “sogno d’Oriente” immagianto insieme a Franca Squarciapino ed Ezio Frigerio. Al balletto di Ludwig Minkus torna a guardare per l’undicesima ripresa il massimo tempio della danza francese non rinunciando opportunamente a tale versione che è uno dei numerosi e apicali titoli del suo repertorio.

Alla prima rappresentazione delle diciannove recite previste la danzatrice del fuoco sacro del tempio è l’étoile Léonore Baulac che regala linee raffinatissime e risolutezza tecnica, i tratti di un respiro vellutato nel niveo regno delle ombre fanno dimenticare le sparute rigidità ravvisate in alcuni insidiosissimi segmenti conclusivi del balletto. Il valoroso guerriero Solor è Paul Marque: una delle più apprezzate étoile dell’Opéra palesa disinvoltura, convinzione e una tecnica adamantina che gli consente di omaggiare la variazione del secondo atto con salti di brillante esecuzione. Intensa, lineare e uniforme è la perfidia e l’esecuzione di Gamzatti affidata alle ottime abilità dell’étoile Bleuenn Battistoni.

Un ulteriore squadernamento di punte di diamante della compagnia d’oltralpe lo ritroviamo in una delle recite pomeridiane grazie ai proverbiali e sempre eccellenti equilibri di Dorothée Gilbert, bayadère dai tratti nitidi e decisi, persuasiva anche nella querelle con la figlia del Rajah di Roxane Stojanov, étoile che impreziosce il ruolo con giri solidi e una verve in grado di alternare spensieratezza e spietatezza. Il ventottenne Thomas Docquir che già nel 2022 si misurava con le affascinanti nuances dell’Idolo d’Oro lo ritroviamo per la prima volta nel personaggio del guerriero indiano in una performance così efficace da consentirgli di ottenere la nomina a danseur étoile con il consueto e irrinunciabile rito annunciato da Alexander Neef, direttore generale dell’Opéra, su proposta di José Martinez, direttore della troupe di danza.

Degna di menzione la direzione di Koen Kessels in perfetto allineamento con le cospicue esigenze dell’atto coreico. Se il Regno delle Ombre sembra esigere una maggiore nebulosità tale da rendere l’ambiente ancora più sospeso e impalpabile, pura poesia resta la lentissima processione delle trentadue Ombre che conferma lo stato di grazia di una compagnia impeccabile in un repertorio che incarna identità, memoria, tradizione e orgoglio.

Articoli correlati