Cavalcare il secolo in sella a una bici

Ramon Usall racconta quaranta episodi, che paiono un ipotetico Giro della Storia, fra vittorie epiche e ciclisti eroi, tra nazionalismi e dittature

Lo sport è sudore e disputa, trofei e cadute, ed è anche politica. Tanta politica. Distorce il pensiero di atleti e tifosi, in modo più o meno subdolo. Dalla pace della prima Olimpiade nel 776 a.C. al pugno alzato di Tommie Smith e John Carlos a Mexico 68, fino a Lionel Messi, campione del mondo in Qatar 2022, con il bisht, il mantello di cui l’ha rivestito l’emiro Al Thani. Non tanto diversamente è nel ciclismo, mezzo di emancipazione sì, ma che vellica dittature e democrazie, porta in sella pensieri politici come sprint improvvisi e tritura indipendentismi e libertà con la fatica dell’ascesa al Ventoux. È il ciclismo, bellezza, e Ramon Usall lo racconta in Un secolo in salita. Storia popolare e politica del ciclismo, quaranta episodi sulle due ruote, come fossero le quaranta tappe di un ipotetico Giro della Storia dall’Europa all’Africa, agli Stati Uniti. Fra vittorie epiche e ciclisti eroi, il sociologo catalano sa scavare le pieghe politiche delle bici in una cavalcata che aiuta ad allenare l’occhio a chiedersi se dietro a una vittoria ci sia solo fatica e abnegazione.

Già il Tour de France, la corsa ciclistica più famosa al mondo, nasce nel segno della politica. Nel 1894, scoppia il caso Dreyfus, il militare francese di origine ebraica accusato di spionaggio a favore della Germania, e, in seguito, la scoperta del vero responsabile del tradimento, il maggiore Ferdinand Esterhazy, divide i francesi. Pierre Giffard, direttore del giornale «Le Vélo», sostiene il J’accuse di Émile Zola e attacca la discriminazione contro gli ebrei in Francia. Gli inserzionisti, tutti produttori di materiali per le bici e grandi industriali legati alla destra, non gradiscono la politicizzazione del giornale, ritirano la pubblicità e fondano un nuovo foglio, «L’Auto-Vélo» che debutta il 16 ottobre del 1900 con le pagine gialle. Nonostante ciò, «Le Vélo» domina la scena e allora ecco l’idea per guadagnare: Géo Lefèvre, cronista che aveva lavorato nella testata concorrente e ora scriveva sul nuovo quotidiano, durante un pranzo nella caffetteria parigina Zimmer, sotto la redazione, propone al suo capo di promuovere una competizione che avrebbe fatto il giro della Francia in bicicletta e, il 19 gennaio 1903, «L’Auto» annuncia in prima pagina la creazione «della più grande competizione ciclistica mai vista». Il 1° luglio 1903, 59 corridori si ritrovavano davanti al Réveil Matin per le sei tappe: 2.428 chilometri che li avrebbero portati al traguardo di Parigi.

Le corse ricordate da Usall si inseguono veloci, arricchite da molte immagini d’epoca: nel 1906, al Tour è vietato di entrare in Alsazia e Lorena, allora tedesche, per non alimentare il sentimento nazionalista francese che ambiva a recuperare quelle regioni perdute. Sempre l’identità è la questione attorno a cui ruota il Giro delle Fiandre – De Ronde –, fin dagli anni 10 del secolo passato con le squadre francesi che vietano ai propri corridori belgi di partecipare alla gara, proprio per la sua connotazione nazionalista. I Paesi Baschi, nel 1924, durante la dittatura di Primo de Rivera, con il quotidiano sportivo «Excelsior», propongono il Gran Premio Excelsior, un tracciato che rispondeva al motto «Zazpiak Bat», cioè sette territori baschi per una sola lingua.

Chi ha strumentalizzato anche il ciclismo è stato Hitler: Albert Richter domina il panorama tedesco degli anni 30 e ha come allenatore Ernst Berliner, un ex ciclista ebreo, una figura paterna che lo invita a trasferirsi a Parigi. Durante il Mondiale del 1934, a Lipsia, Richter non fa il saluto nazista, non vuole la svastica sulla maglia. E, quando scoppia la Seconda guerra mondiale, dichiara: «Non posso diventare soldato. Non posso sparare contro i francesi, sono miei amici». Non la passa liscia: la Gestapo lo arresta, lo manda al campo di correzione dove lo fucila. Per fortuna che, grazie alla tenacia di Berliner, l’ebreo che Richter non aveva mai voluto abbandonare, la memoria del ciclista tedesco non è andata perduta e gli è stato intitolato il velodromo di Colonia, la sua città. Da Hitler a Mussolini: come non ricordare le parole di Costante Girardengo, direttore dell’Italia, dopo la vittoria di Bartali sull’Izoard nel 1938: «tutto era accaduto come lo aveva voluto l’ordine fascista. Il fascismo ha voluto un’esperienza completa nel Tour de France. Ho ricevuto ordini. Li ho eseguiti». Sempre Ginetaccio, con la vittoria del Tour 1948, ha salvato l’Italia dalla guerra civile, dopo l’attentato a Togliatti.

Anche oltre Cortina la bici significa autodeterminazione: il corridore polacco Stanisław Królak, che vince la Corsa della Pace del 1956, anticipa la prima rivolta del Paese contro il governo della Repubblica Popolare, considerata una marionetta di Mosca. Il Giro di Jugoslavia del 1969 celebra i 25 anni con un percorso che attraversa le sei repubbliche per sottolineare – così voleva Tito – le diversità del Paese, rafforzandone l’unità. Nel 1981, la Coors Classic, la principale corsa degli Usa, invita i fortissimi corridori sovietici con un telex inviato dalla Coors, produttrice di birra e spesso identificata con Reagan e con la linea dura dei repubblicani contro Mosca: i “perfidi comunisti” sono sconfitti da Greg LeMond e da una guerra fredda trasferitasi sulle pagine dei giornali.

Fra nazionalismi e dittature, le bici cavalcano l’Europa nascente: per celebrare la firma del trattato di Maastricht, il Tour 1992 attraversa sei Stati europei, oltre alla Francia, Spagna, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Germania e Italia. E gli indipendentisti non mancano: «Questo non è né Spagna né Francia. Questo è il Paese basco», si leggeva su uno striscione a San Sebastián e la sinistra basca, come tante volte con la Vuelta, usa la corsa quale cassa di risonanza per le proprie rivendicazioni. In fondo, aveva ragione George Orwell: «Lo sport non ha nulla a che fare con il fair play. È colmo di odio, gelosie, millanterie, indifferenza per ogni regola … in altre parole, è la guerra senza le sparatorie».

Ramon Usall, Un secolo in salita. Storia popolare e politica del ciclismo, Mimesis, pagg. 298, € 20

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