Dalle «Metamorfosi» alla grande bellezza

Mostra sontuosa sul lascito di Ovidio: 80 opere si specchiano con quelle della collezione per ricordare alcuni miti: Leda, Aracne, Perseo e Narciso

Non c’è metamorfosi più compiuta della Villa «fuori Porta Pinciana». Galleria Borghese è un felice pastiche di epoche, gusti, artisti, in continuo divenire: sarebbe piaciuta anche a Ovidio. Il cardinale Scipione Borghese, che fa edificare il Casino nobile per accogliere la propria collezione, immagina l’architettura come ingranaggio culturale che intreccia mito, bellezza e autorappresentazione in una lingua unica di significati. E dunque quale sede migliore di Galleria Borghese per la mostra Metamorfosi. Ovidio e le arti, nata dalla collaborazione con il Rijksmuseum di Amsterdam per la cura di Francesca Cappelletti e Frits Scholten, che spiegano nel catalogo: «Le nostre collezioni condividono un interesse per l’arte “autoctona” del XVII secolo: il Barocco romano, con al centro i gruppi di Bernini, e la variante olandese, espressione della società borghese di Amsterdam, resa immortale da Rembrandt e Vermeer. Da questi contesti distinti ma complementari prende forma un esito di straordinaria ricchezza: una mostra ambiziosa, che abbraccia secoli e mezzi espressivi diversi per rendere giustizia a Ovidio come fonte suprema di ispirazione artistica».

Le Metamorfosi sono un fiume di 200 miti, in cui dèi, umani e natura cambiano forma in un infinito fluire che parte dal caos per sbocciare nella bellezza. L’opera, un immenso repertorio di racconti, mantiene la sua unicità nei secoli seguenti anche grazie all’Ovide moralisé scritto nella Francia di inizio XIV secolo fino al recupero filologico rinascimentale e gli artisti si ispirano a quei versi. Fin dalla creazione del mondo, da quella materia indistinta tenuta insieme dalla discordia alla quale un dio senza nome sa dare ordine. Nel Salone di Mariano Rossi, con episodi della Roma antica sul soffitto, si parte per la rivisitazione di un poema così pervasivo: i quattro Elementi di Louis Finson sono corpi di energia e materia come le opere di Anicka Yi dalla Collezione Pinault, sfarfallii in movimento aspettando la nascita delle farfalle. Dal caos inizia la vita e la mostra individua alcuni miti per esplicitare il compenetrarsi di miti e stili: così, osservando il prestigioso prestito dalla National di Londra dell’Apollo e Dafne di Pollaiolo (c. 1470-75), si resta stregati dallo specchiamento con l’omonimo capolavoro di Gian Lorenzo Bernini (1622-65): Apollo posa la mano sul fianco di Dafne e capisce, disperato, che sotto quell’accenno di corteccia batte il cuore della fanciulla. Ma lei non vuole saperne del suo amore e sta già diventando alloro. Bernini fa palpitare il marmo, i capelli di Dafne sono ormai rami e le dita dei piedi radici.

Ancora Bernini, con il Ratto di Proserpina (1621-22) e quelle sue muscolature così carnali, è al centro della sezione che porta nel regno dei morti: Rubens raffigura Orfeo ed Euridice (1636-38, dal Prado) mentre avanzano nel buio del Tartaro «attraverso muti silenzi» e il Plutone di Agostino Carracci quasi ci atterrisce. Con il mito di Aracne, la giovane che sfida Minerva nell’arte della tessitura, si entra in quei fecondi libri delle Metamorfosi con allusioni e precorrimenti sulla pratica artistica. Intrecciare fili significa intrecciare parole, poetare e il Minerva e Aracne di Tintoretto (c. 1575-85, dagli Uffizi) racconta l’inizio della sfida per arrivare alla trasformazione della fanciulla in ragno con il bozzetto di Rubens realizzato per la Torre de la Parada. E, a vegliare sulla storia, i busti di Scipione Borghese, opera di Bernini, in un continuo e riuscito rimando fra capolavori della Collezione Borghese e della mostra. È un fluire totalizzante come la luce dell’estate.

Il mito di Aracne porta agli amori di Giove, che si trasforma anche lui per ingannare le donne, e alla ricca sezione su Leda e il cigno, sotto le cui sembianze si cela il padre degli dèi che si unisce alla regina di Sparta per generare vari figli, tra cui Castore e Polluce. Dalla Leda del II secolo d.C., che alza un velo per proteggere il cigno, a quella bellissima di Michele di Ridolfo del Ghirlandaio (c. 1560-70) e a quella di Leonardo e Giovanni Antonio Bazzi (ante 1517), immersa in un giardino fiorito come un ricamo. Meraviglie a piene mani anche dal mito di Pigmalione che, deluso dalle donne, modella una figura femminile così perfetta da innamorarsene e Venere scalda la materia per renderla di carne, come nelle opere di Jean-Léon Gérôme (c.1890) in cui la statua scolora dal bianco del marmo al rosato. Trasformazioni ancora con Perseo, che torna in opere di Rodin, Rubens, e in un suggestivo ovale in lapislazzuli dipinto a olio da Antonio Tempesta (1610-20). Si chiude con il potere dell’amore, che tutto muove e muta. Cupido è forza imprevedibile, come ricorda Tiziano nell’Amor sacro e Amor profano (1515-16). E Narciso è l’esito più tragico dell’amore: ha la testa reclinata nel marmo di epoca romana, si abbandona alla Natura nell’olio di Nicolas Poussin (c. 1629, dal Louvre) e nell’Arazzo Millefleurs da Boston si specchia nell’acqua, senza riconoscersi e fino a morirne e a far sbocciare i fiori con il suo nome. Tutto si moltiplica, anche l’arazzo grazie a uno specchio ai piedi dell’opera, ennesima intuizione di un allestimento, quello del coreografo Hubert Le Gall, coraggioso e teatrale, per una mostra che è, essa stessa, sorprendente trasformazione perché – con Ovidio – «omnia mutantur, nihil interit» (XV, 165, tutto cambia e nulla svanisce).

Un cambio ancora: all’ultimo piano, Galleria Borghese sta ultimando l’allestimento per esporre le opere dei depositi. Pareti altissime, tre grandi grate che scorrono da sotto in su per rendere fruibili le opere a visitatori e restauratori. La direttrice Francesca Cappelletti ci regala questa anteprima, realizzata con i fondi del Pnrr e pronta per l’apertura in autunno. Da secoli, la Villa di Scipione Borghese applica alla lettera l’ultimo verso delle Metamorfosi: «siquid habent veri vatum praesagia, vivam» (XV, 879, se i vaticini dei poeti contengono qualcosa di vero, io vivrò). Vivrà in eterno la Galleria, l’arte e noi con essa.

Metamorfosi. Ovidio e le arti, a cura di Francesca Cappelletti e Frits Scholten, Roma, Galleria Borghese, fino al 20 settembre. Catalogo Allemandi, pagg. 352, euro 40

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