Ecco il Tour de France, il giallo dell’estate con il solito dilemma: Pogacar o Vingegaard?

La Grande Boucle torna con un percorso inedito e una lotta serrata per la maglia gialla tra il dominatore sloveno e il rivale danese

In un’estate dominata dal calcio, con il Mondiale più lungo della sua storia (terminerà dopo 39 giorni il 19 luglio), il ciclismo rialza la testa con la sua manifestazione più simbolica e globale: il Tour de France.

Con partenza questo sabato 4 luglio da Barcellona e arrivo sugli Champs Elisées a Parigi il 26 luglio, la Grande Boucle si rimette in marcia per la 113esima volta per svelare chi sarà la maglia gialla. O meglio: per svelare se il solito mattatore, Tadej Pogacar, troverà qualcuno – nella fattispecie Jonas Vingegard – capace di mettergli i bastoni tra le ruote. Già lo si vedrà in questa cronometro a squadre di Barcellona (20 chilometri con due salite sul Montijuic) dove il tempo, questa volta, viene attribuito individualmente e non sul quarto. I due big dovranno quindi stare in campana.

Il Tour è il Tour dicono i francesi e gli amanti del ciclismo: nel senso che la corsa francese è un’istituzione che vive di luce propria indipendentemente dai campioni che vi partecipano. Però guarda caso, salve rare eccezioni, al Tour ci sono quasi sempre i migliori. Come quest’anno, appunto, con la super sfida tra Pogacar, il cannibale del nuovo Millennio, e il danese Vingegaard, l’unico corridore che, al Tour (ne ha vinti due) riesce ad impensierire il campione del mondo. Poi naturalmente ci sono gli altri: i cacciatori di tappe (come l’olandese Van Der Poel), gli specialisti a cronometro (il belga Evenepoel ) e l’agguerritissima pattuglia dei velocisti che si daranno battaglia nelle tappe pianeggianti che in questa edizione sono 7 su 21. Gli arrivi in salita invece sono 5, di cui tre sulle Alpi negli ultimi quattro giorni. Da tener d’occhio, per gli amanti del genere, il doppio traguardo all’Alpe d’Huez, nella terzultima e nella penultima tappa.

Il tema di fondo, considerando lo strapotere di Pogacar, è se a questo punto il capitano della Uae avrà già messo il sigillo sulla sua quinta affermazione al Tour, oppure se Vingegaard sarà riuscito veramente a metterlo in difficoltà. Sulla carta, la bilancia pende tutta a favore dello sloveno, finora vincente come non mai, essendo approdato alla corsa francese con 13 successi in 16 giorni di gara. Una macchina da guerra, rimasta spuntata solo alla Parigi-Roubaix quando il terribile Tadej fu preceduto dal belga Van Aert. Non bastasse, la squadra dello sloveno, la Uae, è fortissima con l’aggiunta del messicano Isaac Del Toro, ragazzino terribile già pronto, nel caso, per fare il leader.

Il danese comunque è molto agguerrito: e la vittoria al Giro d’Italia, praticamente dominato nell’ultima settimana, gli ha restituito, dopo un periodo di appannamento, la sua giusta dimensione di specialista in corse a tappe. Vingegaard è supportato da una buona squadra (la Visma) e ha già vinto il Tour due volte. Non è cannibale come Pogacar ma in salita è un osso durissimo, l’unico in grado di impensierire lo sloveno.

Dopo l’Olimpiade e il Mondiale, la Grande Boucle è l’evento sportivo più seguito al mondo. E nel ciclismo è il top. Un business che genera quasi 200 milioni di ricavi all’anno, grazie ai diritti televisivi (50%), alle sponsorizzazioni (40%) e ai soldi che versano le città per ospitare una partenza o un arrivo. Una partenza vale circa 80mila euro. Un arrivo, più importante dal punto di vista mediatico, anche 150mila euro. Solo la carovana pubblicitaria, festa nella festa, lunga oltre dieci chilometri viene vista da 12 milioni di persone che aspettano i corridori lungo le strade. A differenza dell’Italia, paese stretto e lungo, la Francia è un contenitore perfetto e vive la Grande Boucle come una festa nazionale da celebrare con orgoglio e passione. Un mix di tradizione e cultura non a caso quasi sempre seguito, almeno per una tappa, dal presidente Macron.

In Italia non è così. Di solito, a parte qualche eccezione, i vertici della politica vivono il Giro con una certa indifferenza. Come se non spostasse voti o consenso. Si vedono tanti assessori, tanti sindaci, ma con riflessi più locali che nazionali. Solo ultimamente, da quando il Giro arriva ai Fori Imperiali a Roma, le cose sono un po’ cambiate con la presenza di ministri e rappresentati del governo. Al Giro del 2023, alla premiazione della maglia rosa, Primoz Roglic, venne anche il presidente Sergio Mattarella. E l’anno scorso, sempre all’ultima tappa, Papa Leone XIV, accolse i corridori ai Giardini Vaticani dando loro la benedizione.

Tornando al Tour che verrà, ci sono alcune piccole novità: una di queste è che la corsa si svolgerà prevalentemente nel centro Sud con ben dieci località inedite come sede di partenza o arrivo. I chilometri complessivi saranno 3333 con un dislivello complessivo di 55mila metri. La partenza da Barcellona, obbliga, dal punto di vista geografico, a passare prima dai Pirenei (Col d’Aspin e il leggendario Tourmalet) per transitare poi dal Massiccio Centrale, dai Vosgi e infine dalla Alpi prima dell’ultima tappa di Parigi. La vetta più alta sarà il Colle del Galibier, montagna leggendaria del Tour, dove Marco Pantani, nel 1998, con i suoi scatti micidiali, sbriciolò la resistenza di Jan Ullrich conquistando la maglia gialla dopo aver vinto quella rosa al Giro d’Italia.

Ma se Pantani faceva il Pantani, Pogacar, non è da meno, anzi: quest’anno minaccia nuovi exploit che lo inseriscano a pieno titolo nella galleria dei Signori del Tour. Arrivando in giallo a Parigi lo sloveno, infatti, conquisterebbe per la quinta volta la corsa francese raggiungendo Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard Hinault e Miguel Indurain. Un club prestigioso dal quale fu cancellato Lance Armstrong per le note vicende di doping. Un punto a favore di Pogacar è che avendo solo 27 anni ha tutto il tempo per raggiungere quota sei conquistando così un altro record che lo porterebbe nell’Olimpo del ciclismo.

Con Tadej ogni confronto col passato sembra destinato ad essere polverizzato. Non ancora nella piena maturità, ma solidissimo anche mentalmente, diventa difficile trovargli un avversario capace di tenergli testa durante tutta la stagione. Forte nelle grandi classiche (13 vittorie), dominatore delle corse a tappe (4 Tour e 1 Giro d’Italia), Tadej per il momento ha solo un avversario: sé stesso. Che insomma questo suo strapotere incrini la sua insaziabile voglia di vincere. Un problema però al momento non in agenda. Sembra anzi che il suo fuoco interiore si riproduca di successo in successo. Non sente la pressione, gode di una salute fuori dal comune, non patisce la fatica. Va in fuga per decine di chilometri e taglia il traguardo fresco come una rosa. Merckx vinceva tanto, ma spesso arrivando stravolto. Tadej invece sembra appena uscito dal parrucchiere – questa volta con un taglio cortissimo e platinato – o da un riposante pic nic sull’erba. Per molti è il Campione dei campioni, per altri un antipatico marziano che, agli avversari, non concede neppure l’onore delle armi.

Ma gli altri? Quali sono gli altri possibili protagonisti? Abbiamo detto dell’olandese Van Der Poel e del belga Evenepoel. Il primo può puntare ad indossare per qualche giorno la maglia gialla conquistando anche qualche successo di tappa. Quanto a Remco Evenepoel, il suo unico problema è la resistenza. Formidabile a cronometro e sul passo, il belga si difende bene in salita. Però in una lunga corsa a tappe di solito va in crisi. Al suo fianco, come punta alternativa, scalpita il tedesco Florian Lipowitz.

Una citazione particolare, oltre ai soliti noti, come Almeida e e Roglic, la merita Paul Seixas, la stella crescente del ciclismo francese. A soli 19 anni arriva al Tour dopo una stagione impressionante per talento e personalità. Primo alla Freccia Vallone, è stato l’unico a tener testa a Pogacar alle Liegi-Bastogne- Liegi arrivando secondo. Ci sono molte aspettative su di lui, soprattutto in Francia, da tempo carente di grandi campioni (l’ultimo successo al Tour risale al 1985 con Bernard Hinault). Il problema è proprio questo: che Paul non vada in tilt per un eccesso di pressione. Il ragazzo è forte, indubbiamente. Però essendo al suo debutto assoluto al Tour bisogna vedere come reagirà. Come tutti i diamanti, va trattato con cura e parsimonia. Comunque un posto sul podio potrebbe centrarlo.

A questo punto, ultimi ma proprio ultimi, “les italiens”. Dovrebbero essere una dozzina, non sporca come il celebre film, ma poca cosa per un Paese come il nostro che, al Tour, ha scritto pagine gloriose. La Francia ne ha 30, il Belgio, il paese più rappresentato, ne ha 31. Questa è la realtà. Non abbiamo più campioni da corse a tappe. L’ultimo in maglia gialla all’Arco di Trionfo è stato Vincenzo Nibali nel 2014, quando conquistò il comando già nella seconda tappa difendendolo fino a Parigi.

In questa edizione l’azzurro più o meno accreditato per la classifica generale è Antonio Tiberi, non proprio brillantissimo nell’ultimo Giro d’Italia. Filippo Ganna può darci qualche soddisfazione a cronometro. Non mancherà il veterano Damiano Caruso, al suo ultimo Tour, nel ruolo di luogotenente di lusso per Tiberi. Infine, oltre al mantovano Domenico Affini, va segnalata la presenza di un nostro gioiellino, Davide Piganzoli, 24 anni l’otto luglio, gregario preferito di Jonas Vingegaard. Dopo gli exploit del Giro, la Visma gli ha chiesto di partecipare anche alla corsa francese a supporto del danese. Piganzoli, valtellinese di Morbegno, al momento lavora per gli altri. Ma in futuro, se continuasse così, potrebbe mettersi in proprio: fare il grande salto. Siamo degli illusi? Forse sì.

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