Il gioco del tailoring: dire chi siamo attraverso ciò che indossiamo

La provincia italiana e l’underground, il fumetto e la strada, i disegni erotici e i manga. Andrea Grossi parte dal menswear tradizionale e lo reinventa.

Ridefinire il linguaggio del menswear partendo dalla comprensione dei codici culturali del guardaroba tradizionale maschile. È l’obiettivo di Andrea Grossi e del suo progetto, fondato nel 2025 e presentato alla Milano Fashion Week Uomo dello stesso anno. Grossi – questo il nome del brand – è un dispositivo narrativo attraverso cui osservare l’uomo italiano contemporaneo, le sue contraddizioni, le fragilità e le costruzioni simboliche che definiscono la mascolinità. Il suo lavoro parte da una riflessione precisa sull’estetica maschile e sulla relazione con il concetto di status. Non ostentato o spettacolare, ma quotidiano, quasi invisibile, costruito attraverso piccoli codici condivisi: il modo di portare una giacca, la relazione con il denim, il peso culturale dell’eleganza, l’idea di uomo tramandata da generazioni. Nel suo sguardo, lucido, ma mai cinico, convivono ironia, affetto e tensione critica.

Le collezioni del designer – 30 anni, origini emiliane – parlano la lingua della provincia italiana, della strada, della tv anni Novanta, dei fumetti, delle sottoculture e di un immaginario popolare che raramente entra nel lusso in maniera autentica. La forza di Grossi sta nella capacità di rendere questi riferimenti immediatamente riconoscibili senza trasformarli in nostalgia. Il passato non viene mai citato come esercizio estetico, ma usato come materiale vivo da manipolare. Il designer lavora infatti sul concetto di memoria collettiva come superficie da alterare. I capi sembrano familiari, ma qualcosa appare sempre leggermente fuori asse: una silhouette cambia proporzione, un tessuto è trattato in modo inaspettato, un dettaglio introduce un elemento ambiguo. Con L’Uomo per Gioco, ultima evoluzione del progetto, la ricerca assume una dimensione ancora più psicologica e narrativa. La collezione si sviluppa attorno all’idea del gioco come primo strumento attraverso cui costruiamo identità. Prima ancora di diventare adulti, impariamo infatti a interpretare ruoli: ci travestiamo, imitiamo figure eroiche, inventiamo personaggi, sperimentiamo modi di apparire agli altri. Grossi utilizza questo meccanismo per interrogare il concetto di mascolinità contemporanea, raccontandola come qualcosa di performativo, fragile e sempre in trasformazione.

L’universo visivo della collezione si costruisce così attorno a figure sospese tra realtà e rappresentazione. I modelli indossano parrucche ispirate ai capelli sintetici dei bambolotti, elementi che trasformano il volto in un personaggio. Le acconciature diventano maschere emotive: artificiali, ma anche incredibilmente vulnerabili. Alcuni look sono completati da maschere che coprono il viso, cancellando l’identità e accentuando la dimensione teatrale della collezione. L’immaginario richiama manga, videogiochi, avatar e icone della controcultura anni Ottanta e Novanta.

La stessa dimensione narrativa si riflette anche nel lavoro sui materiali, uno degli aspetti centrali della pratica di Grossi, che sviluppa una ricerca sofisticata sulla manipolazione tessile. Lane, spigati e tessuti classici del tailoring sono sottoposti a trattamenti tipici del denim: coating, resinature e lavorazioni che irrigidiscono le superfici, creando una texture soffice, che sembra pelle. Il risultato è un menswear con l’autorevolezza del guardaroba tradizionale, ma attraversato da una tensione più ruvida, emotiva e contemporanea. Tra i plus della collezione emerge anche il lavoro sul pizzo, interpretato in maniera nuova. Grossi usa un linguaggio decorativo storicamente associato al femminile e lo trasforma con traforature laser ispirate ai disegni erotici di Andrea Pazienza tratti da Pazeroticus. Nasce così un motivo grafico che unisce sensualità, ironia e cultura underground. Il pizzo non è decorazione romantica, ma superficie narrativa, gesto sovversivo.

Accanto agli abiti, un universo di personaggi: gli Sbarbi, caricature che popolano T-shirt e accessori come alter ego infantili e irriverenti, e un bambolotto in pelle, presenza simbolica nella collezione; a metà tra gioco e feticcio della crescita, introduce una riflessione sul rapporto tra virilità, vulnerabilità e costruzione sociale dell’età adulta. Anche la sua comunicazione lavora sugli stessi codici. Grossi cita e rielabora l’estetica delle campagne Armani anni Ottanta, in cui la figura maschile appariva simbolo di potere e desiderabilità. Quell’eroismo viene, però, svuotato di retorica e reinterpretato con leggerezza. L’uomo non è più un modello irraggiungibile, ma una figura complessa e fragile. Il progetto parla italiano, ma tocca temi universali: il bisogno di appartenenza, la costruzione dell’identità e il tentativo di capire chi siamo attraverso ciò che indossiamo.

Articoli correlati