
Ha trasformato l’imbarazzo e la perfidia in una forma sofisticata di seduzione. Adesso intepreta un nuovo ruolo in The Miniature Wife e racconta la sua personale rivoluzione contro il cellulare.
Matthew Macfadyen sembra un po’ impacciato quando lo incontro in uno studio nella zona ovest di Londra. L’attore, 51 anni, è seduto su un divano piuttosto basso e, con il suo metro e novanta d’altezza, assume una sorta di posizione del loto, mentre le sue ginocchia toccano quasi per terra. Con la sua massa di capelli, gli occhi azzurri intensi e l’aria vigile, sembra un guru, vestito però con un impeccabile tre pezzi di Anderson & Sheppard color cioccolato. Ha l’aria piuttosto smarrita anche nel corso della conversazione. Forse perché anch’io sono nervosa. Macfadyen è uno dei miei attori preferiti e ho la sensazione di svelargli con troppa enfasi la mia ammirazione eccessiva, riempiendo ogni silenzio con lunghe riflessioni sulla teoria e il significato dei suoi personaggi, mentre lui sorride educatamente e risponde a monosillabi. Per esempio: crede che il genere narrativo delle “cose che si rimpiccioliscono”, tema della serie The Miniature Wife – Un piccolo problema (da giugno su Sky e Now), sia una risposta al consumismo americano? Le sopracciglia gli scattano verso l’alto in un moto quasi allarmato, e risponde: «Probabilmente».
Che Macfadyen sia timido nella vita reale non dovrebbe sorprendere: agli attori non è richiesto di assomigliare ai personaggi che interpretano. Eppure mi sorprende lo stesso, perché lo associo ai suoi dialoghi così sagaci, brillanti e profondi. Basti pensare al suo Mr. Darcy in Orgoglio e Pregiudizio di Joe Wright (2005), quando dichiara a Elizabeth Bennet: «Mi avete stregato anima e corpo. E io vi amo… vi amo… vi amo». Probabilmente il tentativo di sedurre più romantico di tutti i tempi. Oppure a Tom Wambsgans, il servile stratega machiavellico sposato con Shiv Roy nella serie HBO Succession, le cui frecciate velenose — «Allacciati le cinture, idiota» — piombano nelle conversazioni con la naturalezza di un punto esclamativo.
Macfadyen lavora senza sosta da trent’anni e ha interpretato una gamma infinita di ruoli: un detective dell’East End (Ripper Street), un assassino presidenziale (Death by Lightning), un aristocratico russo (Anna Karenina) e un manager senz’anima, alias Mr. Paradox nel film Marvel Deadpool & Wolverine. Ha anche prestato la sua voce vellutata agli audiolibri di Harry Potter, dando vita al malvagio Voldemort.
La sua specialità è una forma di perfidia intrisa di umorismo stralunato: nel corso delle quattro stagioni di Succession, tutti — o quantomeno io — facevano il tifo perché Wambsgans riuscisse a pugnalare alle spalle i detestabili Roy.
Ora è il protagonista di The Miniature Wife, commedia romantica fantascientifica in dieci episodi, dove interpreta un altro marito maldestro, questa volta accanto a Elizabeth Banks. La serie, tratta da un racconto di Manuel Gonzales, ruota attorno a Les e Lindy Littlejohn, una coppia intrappolata in un matrimonio ormai stagnante: lui lavora a un progetto scientifico segreto, lei è una scrittrice di best seller con il classico blocco dello scrittore. Le frustrazioni coniugali, già incandescenti, precipitano nella farsa nera quando un incidente tecnologico trasforma Lindy in una versione di sé alta quindici centimetri. La serie è eccentrica, quasi delirante nella sua premessa, ma il focus è il ritratto di un matrimonio diventato comicamente rancoroso. Banks e Macfadyen si scagliano battute con la stessa ferocia delle screwball comedy classiche: leggendo la sceneggiatura, l’attore ha pensato subito a La guerra dei Roses. «Era uno script fantastico, davvero divertente», dice con la sua voce da baritono profondo e inconfondibile. «Continuavo a pensare agli anni Novanta e a quella sorta di età dell’oro dei film folli, avventurosi, molto comici, ma anche dark e sarcastici, non così sdolcinati come spesso sono oggi». Come Succession, anche The Miniature Wife racconta il matrimonio come una lotta di potere e interroga ciò che accade quando uno dei partner si inasprisce di fronte al successo dell’altro. Les, il personaggio interpretato da Macfadyen, è il meno famoso nella coppia e anela disperatamente a una forma di legittimazione; a un certo punto urla: «Tu il tuo premio l’hai già avuto!». «Diventa molto, molto cupo. Quasi omicida», racconta Macfadyen, che sembra divertirsi enormemente nell’interpretare uomini odiosi e sgradevoli. «Più il comportamento è assurdo, più io lo riconosco come umano. Perché il comportamento umano è sempre esasperato. Non mi sembra affatto uno sforzo fare qualcosa di totalmente ridicolo». Forse Macfadyen è attratto dai matrimoni tossici proprio perché il suo è scandalosamente saldo. Ha conosciuto l’attrice Keeley Hawes sul set della serie BBC Spooks nel 2002. Lei era già sposata, divorziò rapidamente nel 2004, nello stesso anno i due si sposarono, e presto arrivarono due figli. Entrambi attori di successo, affrontano «arrangiandosi come possono», dice Macfadyen, le incombenze della vita domestica nella loro casa nel sud-ovest di Londra (cani compresi). A differenza dei Littlejohn, non ci sono guerre su chi stia vincendo nella coppia. «No», dice Macfadyen. «Siamo felici dei successi reciproci. È gloria riflessa, no?». Parlano molto di lavoro? «Solo qualche lieve lamentela velenosa», ride. Sanno riconoscere quando l’altro vacilla perché «Keeley sa esattamente quali siano le mie paure, e viceversa». Ma non leggono le sceneggiature l’uno dell’altra e non provano insieme le battute. A quel pensiero sembra quasi inorridito: «Così finiremmo subito per litigare».
Matthew Macfadyen è nato a Great Yarmouth nell’ottobre del 1974. La madre insegnava recitazione, il padre lavorava nel settore petrolifero. «Il lavoro di mio padre ci faceva viaggiare continuamente in giro per il mondo, così lei lo seguiva e lavorava ovunque si trovassero». La sua epifania teatrale è avvenuta interpretando un re nella recita scolastica di Natale. Ha affinato presto il mestiere, nei panni di un sindaco particolarmente toccante nella produzione scolastica di Il pifferaio di Hamelin. «Non ero il protagonista, quindi nessuna particolare pressione», osserva. «Però, da cattivo strappavo le risate». Il primo ruolo importante dopo la ADA, Royal Academy of Dramatic Art, è arrivato nel 1998, con Hareton Earnshaw nell’adattamento televisivo di Cime tempestose. «Non capivo assolutamente che cosa stesse succedendo», ricorda. «All’epoca si girava ancora in pellicola e quando una scena era buona gridavano “check the gate”, per verificare che la pellicola fosse pulita. Ma stavamo girando nel Peak District e io dovevo attraversare proprio un cancello… Così per settimane ho pensato che parlassero davvero di quello. Certe volte dicevano: “C’è un pelo nel gate”. E io immaginavo che un coniglio fosse entrato nell’inquadratura».
Spooks, la serie di spionaggio sull’MI5, non solo lo ha unito sentimentalmente a Hawes, ma ha ravvivato anche il suo fascino per il genere, che continua ancora oggi. Se Darcy l’aveva trasformato in un eroe romantico, Macfadyen resta un magnifico attore comico. Ricordo di averlo visto a teatro nel 2013 in Jeeves and Wooster in Perfect Nonsense, adattamento di un racconto di P.G. Wodehouse, accanto a Stephen Mangan, nel ruolo del paziente maggiordomo Jeeves. All’epoca aveva qualche chilo in più e non era ancora il longilineo appassionato del running che oggi siede sul set. Eppure possedeva già una straordinaria agilità fisica, la stessa che avrebbe poi usato nelle scene farsa di Succession con Nicholas Braun (il nipote Greg). «Ho adorato lavorare con lui», racconta Braun. «Credo che ciò che lo rende un attore comico così straordinario sia il fatto che affronti sempre le scene con estrema serietà. Non mette mai la comicità al primo posto. In ogni scena, in ogni ciak, era completamente disponibile come attore». Anche Sian Clifford, che interpreta l’amica di sua moglie in The Miniature Wife, lo descrive con entusiasmo: «Recitare con Matthew è una gioia assoluta — è libero, divertente, spiritoso, gentile. È un grande attore comico perché, indipendentemente dal tono o dal genere, interpreta sempre la verità».
Macfadyen è quasi patologicamente autoironico rispetto al proprio lavoro. Liquida la necessità di lunghe preparazioni psicologiche: «A me serve una pista di decollo molto corta». Non ama neppure soffermarsi troppo sul processo creativo: «La ricerca è meravigliosa, se alimenta l’immaginazione. Ma non bisogna perdercisi. Non ti renderà automaticamente migliore nel tuo lavoro».
«Non ho davvero un metodo», dice. «Sono convinto che molte cose accadano senza che io ne sia consapevole. Molto sedimenta nel subconscio, nell’immaginazione, e io provo a fidarmi di quell’inconsapevolezza. Vedi molti attori che hanno già deciso tutto in anticipo e, così facendo, smettono di ascoltare davvero. Invece ascoltare è fondamentale, perché è ciò che facciamo nella vita. In realtà non stiamo continuamente “sentendo” qualcosa: siamo semplicemente presenti. La recitazione riguarda meno il provare emozioni e più il fare. È attenzione pura. È stare dentro un flusso».
Succession lo ha probabilmente portato in una nuova dimensione lavorativa, ma Macfadyen sostiene che la sua vita professionale sia rimasta pressoché invariata. «È la condizione stessa dell’essere attore. A volte non succede nulla per mesi e mesi. Certo, dopo Succession qualcosa è cambiato: non faccio più provini. Anche se, a dire il vero, ne facevo pochi anche prima. Dopo un po’ la gente sa che faccia hai. Sa che sai camminare senza inciampare. E che non hai tre occhi». Eppure i progetti in arrivo sono numerosissimi. Sta girando il remake di Pioggia di stelle – Seance on a Wet Afternoon, diretto da Tomas Alfredson e interpretato insieme a Rachel Weisz. Presto vestirà i panni di George Smiley in Legacy of Spies, grande coproduzione BBC tratta da due romanzi di John le Carré, Un passato da spia e La spia che venne dal freddo.
Nel frattempo, il nuovo adattamento Netflix di Orgoglio e Pregiudizio, con Emma Corrin e Jack Lowden, ha riacceso il dibattito su tutti i Darcy cinematografici del passato. La battaglia infuria: chi è stato il migliore? Lui, Colin Firth o Laurence Olivier? Per quanto mi riguarda, Macfadyen conquista il titolo grazie al modo in cui trasforma Darcy da greve proprietario terriero a irresistibile oggetto del desiderio. L’attore sembra felice di cedere il testimone dopo ventun anni di dominio incontrastato. Con un curioso senso di circolarità, racconta che «Jack Lowden sta girando a Berlino un sexy thriller di spionaggio con Colin: Darcy nel 1995 versus Darcy nel 2026. Ho lasciato loro un messaggio vocale dal mio set — cercando un po’ di evocare il personaggio — dicendo che provo “sentimenti contrastanti” nel sapere che lavorano insieme. È difficile non restare un po’ delusi dal fatto che non ci fosse una parte anche per me». Si sente protettivo verso Darcy? «Un pochino. No. Non troppo. Però fa bene alla vanità essere ancora riconosciuto per quel ruolo, visto che è passato parecchio tempo. Mi fa pensare che forse sto ancora andando bene».
Eppure, diventando George Smiley, sta entrando in un ruolo ancora più leggendario. Rupert Davies l’ha interpretato nel 1965; Gary Oldman nel 2011. E la versione di Alec Guinness nelle celebri serie BBC degli anni Ottanta è stata talmente definitiva che, racconta Macfadyen, David Cornwell — vero nome di John le Carré — «disse che lo Smiley di Guinness aveva sostituito il suo Smiley immaginario. E la cosa lo irritava parecchio. Nei libri Smiley è basso, grasso e piuttosto ridicolo. Indossa abiti improbabili. Ma Alec Guinness non gli somigliava davvero e certamente nemmeno Gary Oldman. Alec aveva qualcosa di quasi magistrale».
Quando quei romanzi furono adattati per la prima volta, la Guerra Fredda era ancora una minaccia reale. Oltre sessant’anni dopo, il mondo dello spionaggio e del terrore immaginato da le Carré appare di nuovo profetico e inquietante. Smiley è un eroe silenzioso, con una feroce determinazione più che una vera malvagità.
«È molto complesso», dice Macfadyen. «Credo che in fondo sia una persona perbene, ma sa essere terribilmente freddo nel perseguire i propri obiettivi; è tutto molto sfumato, molto interessante».
C’è anche «una tremenda malinconia» in lui, continua. Il lavoro è miserabile e sua moglie, Lady Ann, continua a tradirlo. Il ruolo richiede una particolare forma di mestizia in cui Macfadyen eccelle magistralmente. Se la prima stagione avrà successo, il progetto è adattare l’intero ciclo dei romanzi: potrebbe essere il ruolo destinato a definire la sua carriera. Nessuna pressione, dunque? «È molto lusinghiero e anche parecchio intimidatorio», risponde, in perfetto stile Smiley.
Dopo un’ora di intervista, Macfadyen è ancora rannicchiato nella sua posizione del loto, ma appare molto più rilassato. La conversazione devia verso temi più generali: l’esperienza come modello per Burberry («trench, tutto molto britannico, Tim Walker mi ha fotografato con un piccione sulla testa»), ciò che sta leggendo (The Land in Winter di Andrew Miller, La terra d’inverno, pubblicato in Italia da NN Editore — «abbagliante, straordinario, lo consiglio vivamente») e il film che avrebbe voluto vedere trionfare agli Oscar (Sinners: «Molto divertente, elegantissimo, sensuale, e capace di dire moltissimo senza essere didascalico»).
Non guarda molti film: sarebbe come portarsi il lavoro a casa. Anche se i suoi miti restano quelli canonici: «Ne ho a bizzeffe: De Niro, Pacino, Christopher Walken. E adoro anche Steve Martin».
Pur sostenendo che il mestiere dell’attore sia cambiato poco negli ultimi decenni, la “memeficazione” dell’industria cinematografica — tra hot take e video TikTok — lo rende «catastroficamente triste». Le interviste promozionali sono terribili perché «ti ritrovi chiuso in una stanza buia d’albergo a rigurgitare sempre le stesse cose su un lavoro che quasi non ricordi più. Invidio chi è bravissimo a farlo, davvero, ma non è la mia specialità». Perché non prova semplicemente a recitare la parte dell’attore sicuro di sé? «Non lo so», scrolla le spalle. «Dovrei, no? Ma non ci riesco proprio».
Sta cercando di usare meno il telefono per lasciare più spazio all’immaginazione. «Recitare ha molto a che fare con pensieri, sensazioni, intuizioni, ipotesi… E anche con la noia», dice. «Il telefono è davvero micidiale per via di quello scroll infinito».
Usare poco il cellulare significa anche stare lontano dai social. «Mi irrita avere un supercomputer in tasca. Mi irrita il richiamo continuo: inevitabilmente è come una forza centripeta che ti trascina dentro. Le persone più intelligenti del mondo vengono impiegate per renderci dipendenti. E poi, che cosa sto cercando davvero? Non mi sento più informato di prima. Né più intelligente o più sereno, non c’è mai una fine». La sua piccola rivoluzione intellettuale, però, si incrina leggermente quando non riesce a ricordare il nome di un bistrot in cui ha mangiato molto bene di recente. «Devo cercarlo…», dice. Ma non ci riesce. Così provo a trovarglielo io su Google.
Alla fine di questa conversazione, mi chiedo se Macfadyen sia forse asceso a quella rarissima categoria di celebrità irraggiungibili — quegli artisti che leggono tanti libri e coltivano la loro immaginazione in un’isola di rêverie creativa. Altro che “un semplice attore che lavora”! «Oddio, sarei come quelle celebrità che dicono di non avere un telefono da dieci anni solo perché hanno un esercito di assistenti!», ride alla mia osservazione e mi assicura di non avere un esercito di assistenti. «Però passo molto tempo a dire a mia moglie Keeley: “Puoi cercarlo tu?”».
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