La crisi del vino non rallenta, Frescobaldi: «La produzione va tagliata»

Assemblea di Unione italiana vini: contro giacenze elevate e listini in calo vanno sospese le autorizzazioni a nuovi vigneti e ridotte le rese produttive. E nei ristoranti i prezzi sono troppo alti

«Alla fine degli anni ’80 dopo lo scandalo del metanolo che ha innescato la prima rivoluzione della qualità del vino italiano, l’Italia produceva circa 70 milioni di ettolitri e il consumo pro capite era superiore a 100 litri l’anno. Oggi produciamo in media 44 milioni di ettolitri, il consumo pro capite è sceso a 33-34 litri ma, intanto, il fatturato del vino italiano è passato dai 2 miliardi di allora agli oltre 16 di oggi. Ridurre produzione e consumi non è necessariamente un male. C’è ancora spazio per valorizzare il prodotto». Il presidente dell’Unione italiana vini (l’8 luglio a Roma si svolge l’assemblea annuale), Lamberto Frescobaldi, va dritto al punto: il vino italiano deve tagliare la produzione. I consumi mondiali sono strutturalmente in calo. Altri paesi prima di noi come Francia e Spagna (che già producevano meno dell’Italia) sono intervenuti in modo massiccio anche con campagne di estirpazione dei vigneti.

Ma, soprattutto, sono due i dati che consigliano una riflessione produttiva: da un lato, le giacenze di vino invenduto hanno superato i 53,4 milioni di ettolitri (compresi i mosti), è come avere una vendemmia di riserva in cantina. E dall’altro, i prezzi dei vini a denominazione d’origine (non quindi quelli del vino sfuso e indifferenziato), a maggio 2026 rispetto a maggio 2025 hanno perso in media il 10%. Bisogna correre ai ripari.

«A questo quadro va aggiunto – prosegue Frescobaldi – che rispetto a 40 anni fa quando a produrre vino erano Italia, Francia e poco altro, adesso c’è la California e l’Oregon negli Usa, la Nuova Zelanda, il Sudafrica, persino la Cina realizza vini gradevoli. Si è allargato, e di molto, il perimetro della competizione e dell’offerta. Ci dobbiamo adeguare. Non possiamo voltarci dall’altra parte».

Il presidente Uiv, almeno per il momento, non invoca la rottamazione dei vigneti come avvenuto in Francia ma non nasconde le azioni che possono essere intraprese. «Il punto di partenza – continua – sono le nuove autorizzazioni all’impianto. Ogni anno si possono piantare nuovi vigneti per un 1% della superficie nazionale. Sono circa 6mila ettari l’anno. Queste autorizzazioni vanno bloccate. Anche temporaneamente ma vanno sospese. Inutile piantare nuove viti se i vini fanno fatica a essere venduti. E poi bisogna incidere sulle rese».

Nelle denominazioni d’origine i disciplinari di produzione fissano la percentuale massima di resa dell’uva in vino. «I prezzi dei vini Doc italiani sono in calo di un 10% – prosegue Frescobaldi – è il sintomo di qualcosa che non funziona. Bisogna ridurre la produzione e innalzare la qualità. E occorrono controlli più stringenti. Se il mercato manda questo segnale, cioè domanda debole e prezzi in calo, è probabile che questo dipenda anche da prodotti che non sono all’altezza della qualità promessa».

E fin qui le decisioni che l’intera filiera deve assumere per riportare la produzione e l’offerta in equilibrio con il mercato. Poi, ci sono le azioni da svolgere sul mercato. «Trovo che troppo spesso – dice ancora il presidente Uiv – i prezzi del vino al ristorante siano troppo alti. Non sto dicendo che i ristoratori facciano grandi profitti. Hanno tasse, oneri in materia di sicurezza, adempimenti vari ma, alla fine, i costi si scaricano sui prodotti e i clienti consumano di meno. Ho la sensazione che andrà un po’ come per le auto. Fino a qualche anno fa non si trovava un’auto sotto i 20mila euro. Poi il settore è andato in crisi e adesso ci sono auto disponibili a prezzi più bassi. Accadrà qualcosa del genere anche col vino». Ma non è questa la soluzione al tema dei ricarichi eccessivi. «No, non lo è – prosegue –. Ecco se c’è qualche pressione eccessiva da parte dei ristoratori è al ribasso. Mi sono visto richiedere dal proprietario di un hotel 5 stelle di fornirgli un vino a meno di 4 euro. Ho perso il cliente con serenità».

Molto si può fare poi sul fronte dei mercati. «Siamo stati molto contenti degli accordi commerciali siglati dalla Ue – aggiunge il presidente dell’Unione italiana vini –. In primo luogo, abbiamo aspettative sull’accordo col Mercosur che, anche se i dazi all’ingresso saranno abbattuti solo tra otto anni, di fatto, ha già prodotto risultati interessanti. Altro aspetto ancora è il mercato Ue che ha visto una crescita delle esportazioni italiane del 31% negli ultimi sei anni, meglio della media extra-Ue. Bruxelles ci sostiene nella promozione dei vino al di fuori dell’Europa ma non sui mercati comunitari. Solo per un breve lasso di tempo fu possibile. Speriamo si possa ripristinare questa possibilità perché l’Europa resta per le cantine italiane un porto sicuro».

E infine il tema dei nuovi trend di consumo. «Premesso – conclude Frescobaldi – che sul tema dell’offensiva antialcol ci auguriamo che venga consolidata la distinzione tra abuso e consumo moderato che tutela il vino, in genere, sarà decisiva la capacità delle imprese di intercettare i nuovi trend. Ho un ristorante in provincia di Firenze con una chef emergente che metteva in tavola piatti sofisticati e molto belli da vedere oltre che buoni. In quel locale la bottiglia media era da 60 euro. Improvvisamente, la chef ha deciso di cambiare ed è andata via. Il ristorante quasi stellato è diventato un locale di soli aperitivi: vino e piatti a chilometri zero. Il prezzo medio a bottiglia è sceso a 40 euro ma è sempre pieno e fatturiamo molto di più».

I consumi calano ma aumentano i consumatori. In questa apparente contraddizione che emerge dai dati che Uiv presentati nel corso della propria assemblea c’è una delle chiavi per interpretare il futuro del vino italiano. Perché se i consumi interni sono ormai giunti a quota 22 milioni di ettolitri parallelamente è aumentato il numero delle persone che almeno una volta hanno bevuto vino. I consumatori di vino in Italia sono oggi quasi 30 milioni, pari al 55% della popolazione e in crescita di 600mila unità rispetto a 15 anni fa.

Come è possibile? Perché calano le quantità consumate. In particolare si riduce sempre più il consumo giornaliero: oggi 6 consumatori su dieci sono saltuari e 4 sono giornalieri, mentre fino a vent’anni fa questo rapporto era invertito, con 6 a 4 per i giornalieri. Numeri che si spiegano proprio con la transizione in atto nelle occasioni di consumo. Sempre meno si beve ai pasti e a tavola e sempre di più in occasioni saltuarie come gli aperitivi.

Un aspetto che dovrebbe far riflettere su strategia promozionali che puntino tutto sul rapporto tra il vino e la cucina italiana. In un prospettiva in cui sempre meno persone si ritrovano a tavola e nella convivialità potrebbe rivelarsi un boomerang.

I dati di Unione italiana vino però non segnalano solo criticità ma anche opportunità come quelle che emergono dalle cifre relative al rapporto tra i giovani e il vino, che sconfessano tante teorie di una loro invece indifferenza.

«Contrariamente a quanto ci potrebbe aspettare – spiegano dall’Osservatorio Uiv – l’interesse dei giovani per il vino non è diminuito. La fascia 18-24 anni è l’unica che ha visto il tasso di penetrazione aumentare significativamente negli ultimi 15 anni: se i giovanissimi che consumavano vino erano il 39% nel 2011, nel 2024 risultavano il 47 per cento».

A cambiare è anche il rapporto degli italiani con il vino: sempre più maturo, consapevole, in linea con la ricerca edonistica del consumo e, quindi, orientato alla qualità. «Per i giovani – aggiunge l’Osservatorio – la scelta si basa su curiosità, affermazione di sé (“ti rende sofisticato”, “è fashion”), ma soprattutto sul gusto, mentre per i Boomers la principale motivazione è legata alla tavola e all’accompagnamento del cibo (70 per cento)».

Tra i miti sfatati, anche l’inesorabilità del declino dei vini rossi. «Guardando alla propensione all’acquisto, dopo aver conosciuto le denominazioni, la Generazione Z stila una classifica in “total red” fino alla quinta posizione, con Amarone della Valpolicella, Barbaresco, Taurasi, Bolgheri e Chianti».

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