
La bevanda “nera” promossa dai cardiologi Usa che però puntano il dito su zucchero, sciroppi aromatizzati, latte o panna
Gli irriducibili del rito del caffè al risveglio o dopo pranzo possono tirare un sospiro di sollievo. L’ultimo pronunciamento scientifico dei cardiologi americani dell’American Heart Association, appena pubblicato su Circulation, promuove il caffè a pieni voti: fino a 5 tazze di quello “americano” da 240 ml (pari a circa 400 mg di caffeina al giorno – in una tazzina di espresso ce ne sono 60-80 mg) sono considerate sicure per la maggior parte degli adulti e, in alcuni casi, sembrano addirittura associate a un rischio ridotto di alcune malattie cardiovascolari, quali scompenso cardiaco, cardiopatia ischemica e ictus.
Il documento, che porta la firma di un gruppo di lavoro guidato da Gregory M. Marcus, professore di medicina alla University of California-San Francisco, è frutto di una revisione approfondita della letteratura più recente sul rapporto tra caffeina e sistema cardiovascolare, un terreno di ricerca tutt’altro che semplice da esplorare. Ma è lo stesso Marcus a fare subito un’importante sottolineatura: questi benefici sono riferiti al caffè “puro”, quello “nero” per intenderci senza aggiunta di zucchero, sciroppi o panna. E attenzione, se sotto le 5 tazze di caffè al giorno non si evidenziano rischi, superare questo limite (anche con l’aiuto di energy drink e energy ‘shot’) può avere effetti dannosi per il cuore.
Il punto centrale dello statement è proprio che è la quantità a fare la differenza e non sempre come ci si potrebbe aspettare. Bere da 1 a 3 tazze al giorno, nelle persone con pressione ottimale, si associa a un aumentato rischio di ipertensione mentre, superare le 3 tazze giornaliere sembra invece associarsi a una riduzione del rischio. Al contrario, dosi elevate di caffeina, come quelle contenute negli energy drink, possono invece aumentare in modo significativo la pressione arteriosa, specie in chi è già iperteso.
Anche sul fronte del diabete di tipo 2 il rapporto caffè-salute del cuore non è univoco: nel breve termine la caffeina (contenuta nel caffè) potrebbe ridurre la sensibilità all’insulina, ma il consumo regolare di caffè nero, senza zuccheri o aromi aggiunti, è stato associato a un rischio più basso di sviluppare diabete nel lungo periodo. Gli autori avvertono però che questo beneficio potrebbe dipendere da altri composti bioattivi contenuti nel caffè e non necessariamente dalla caffeina.
I risultati degli studi randomizzati suggeriscono che il consumo di caffè si associa a un rischio ridotto di fibrillazione atriale, ma anche a un maggior rischio di extrasistoli ventricolari, i battiti ‘prematuri’ che partono dai ventricoli. Dosi molto elevate di caffeina, quelle da energy drink per intenderci, sono invece inesorabilmente collegate alla comparsa di aritmie, anche in persone giovani (sotto i 30 anni) e a basso rischio cardiovascolare. Insomma la caffeina, ai dosaggi consigliati sembra avere un effetto protettivo contro la fibrillazione atriale (una delle aritme più temute perché espone al rischio di trombo-embolia polmonare), pur regalando qualche extra-sistole; ma guai a esagerare con le dosi, pena una bella aritmia anche in giovane età.
Sul fronte cardiopatia ischemica, scompenso cardiaco e ictus, bere da 2 a 4 tazze al giorno è risultato associato a un rischio più basso, ma il documento precisa che superare le 4 tazze quotidiane potrebbe invece aumentare il rischio di scompenso cardiaco.
Un altro aspetto interessante del consumo di caffè riguarda il colesterolo. Il cafestolo, una sostanza presente sia nel caffè con caffeina, che in quello decaffeinato, è stato associato a livelli più alti di colesterolo “cattivo” (Ldl). Il cafestolo si trova nel caffè “non filtrato”, come l’espresso, quello preparato con la moka o con la caffettiera a stantuffo e nel caffè turco o bollito, mentre è assente nel caffè filtrato con carta e in quello solubile: un dettaglio che potrebbe far preferire il caffè filtrato (quello “americano”) a chi deve tener d’occhio i valori lipidici.
Lo statement dei cardiologi americani sottolinea più volte che i benefici descritti riguardano il caffè nero, senza zucchero, sciroppi aromatizzati, latte o panna e che, aggiungere questi ingredienti, riduce probabilmente il potenziale effetto protettivo del caffè, anche se serviranno ulteriori studi per quantificarlo con precisione.
Il messaggio di fondo comunque è che non esiste una dose di caffeina consigliabile per tutti. La risposta individuale dipende da età, farmaci assunti, condizioni di salute preesistenti, genetica e velocità di metabolizzazione della caffeina. Come ricorda Marcus, quello che per una persona è una quantità ragionevole, per un’altra può tradursi in palpitazioni, ansia o disturbi del sonno. Il consiglio degli autori dunque è osservare come il proprio corpo reagisce al caffè e parlarne con il proprio medico, soprattutto se si soffre di patologie cardio-vascolari o se si superano abitualmente le 4-5 tazze al giorno.
Il documento “Caffeine and Cardiovascular Disease”, elaborato da un gruppo di esperti per conto del Council on Lifestyle and Cardiometabolic Health, del Council on Clinical Cardiology e dello Stroke Council dell’American Heart Association, non è una “linea guida” clinica, ma si limita a fotografare lo stato dell’arte della ricerca e indica le aree nelle quali sono necessari ulteriori studi randomizzati, in particolare su tè, energy drink e altri prodotti contenenti caffeina, ancora poco studiati rispetto al caffè.
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