
Già favorito dai ragazzi, si aggiudica la contesa il romanzo più “letterario” e meno condizionato dall’attualità
Che vincesse il favorito non era scontato, anzi, sembrava quasi diventato un intralcio per lui, un fardello tombale. Tuttavia si è aggiudicato l’ottantesima edizione del Premio Strega “I convitati di pietra” (Einaudi) di Michele Mari con 190 voti, secondo “Platone. Una storia d’amore” (Feltrinelli) di Matteo Nucci con 152, terza “La sonnambula” (Bompiani) di Bianca Pitzorno con 84, a seguire “Lo sbilico” (Einaudi) di Alcide Pierantozzi con 78, “Donnaregina” (Mondadori) di Teresa Ciabatti con 75 e “Vedove di Camus” (L’orma) di Elena Rui con 64.
Non era scontato che riuscisse a spuntarla, poiché la pietosa bagarre sul suo presunto quanto infelice commento saettato contro l’aspetto di Michela Murgia, durante uno spostamento della travagliata sestina, pareva averlo condannato. E nonostante le numerose smentite e le scuse rivolte da Mari a Ciabatti per il fraintendimento, non volendo offendere una persona scomparsa, oltre che sua cara amica, e un’intellettuale impavida e tenace. Commento amplificato e strumentalizzato dai media dopati da una temperie culturale in cui soltanto le dispute di genere e i fossili ideologici sembrano essere degni di attenzione. E non sepolti sotto un noioso piattume ottundente.
Ieri sera, in Piazza del Campidoglio, nella Capitale, l’argomento scandalo era “off limits” e le indiscrezioni che hanno preceduto le telecamere della Rai davano Mari come osteggiato dai più, nonché bersaglio certo dei franchi tiratori della Domenica, affinché una penna erudita, “uno scrittore per il palato degli scrittori” e non per quello del volgo – com’è stato ripetutamente appellato – ricevesse una lezione eclatante. Eppure si sbagliavano, poiché “I convitati di pietra” che inscena nel buio a ridosso della fine una scommessa tra ex-compagni di classe invecchiati, ossia chi sarebbe vissuto più a lungo tra loro, è stato apprezzato specialmente dai ragazzi, avendo già conquistato anche lo Strega Giovani. Di fatto, è prevalso il romanzo con la maggiore densità stilistica e l’impronta autoriale più riconoscibile ma, al contempo, il meno accessibile. Forse è stata la reazione a un clima che ultimamente ha privilegiato la dimensione testimoniale, autobiografica e civile dei racconti. Comunque sia, il “Platone” di Nucci n’è uscito rafforzato, giungendo sino all’ultimo quale principale antagonista di Mari, ha intercettato una parte consistente dei votanti, sebbene la narrativa filosofica sia ambiziosa quanto poco accomodante. Amareggiati quelli che hanno creduto la serata potesse suggellare la carriera di Bianca Pitzorno.
Dunque, fino a che punto il comportamento pubblico di uno scrittore può incidere sulla ricezione della sua opera e su un premio che, per regolamento, valuta i libri e non gli autori? Ha provato a rispondere Gianluigi Simonetti ne “La verità sul caso Mari” che, pur evitando accuratamente una difesa piena delle frasi a lui attribuite, per ovvi motivi, ha argomentato una tesi netta e coerente. A suo dire, il dibattito letterario attuale avrebbe sostituito l’analisi estetica con il giudizio morale, marginalizzando l’opera rispetto alla biografia dello scrittore e trascinando il lettore a pretendere dagli autori un’esemplarità etica che una volta era richiesta ai testi. I soli a perdurare nel tempo, basti pensare alla tradizione critica di Proust e Barthes. D’altronde, la luce esagerata di un palco tanto esposto e conteso, capace di trattenere i riflettori sui titoli finalisti anche dentro le librerie italiane, riesce ancora ad accendere l’incontro sulla pagina tra chi scrive e chi legge.