
La maggior parte degli oltre 2 milioni di contribuenti nel regime dichiara compensi bassi o medi, ma 81mila autonomi sono vicini al tetto di 85mila euro. Adesioni al top tra i professionisti
Ogni 100 persone che applicano la flat tax delle partite Iva, ce ne sono 46 che fatturano meno di 20mila euro all’anno. Quasi una su due. A livello di categorie, dice la Corte dei conti, il regime «è stato scelto in particolare dai professionisti»: sette su cento sono avvocati, dieci (di cui tre architetti) operano nel settore tecnico-edilizio e altri dieci (di cui quattro psicologi) nei servizi di sanità privata.
Le informazioni riportate dai magistrati contabili nella «Relazione sul rendiconto» presentata a fine giugno permettono – per la prima volta – di capire un po’ meglio “chi sono” gli aderenti al regime forfettario. Così da offrire qualche spunto di riflessione che vada oltre la semplice contrapposizione tra tifoserie: tra chi vorrebbe abolire la flat tax delle partite Iva e chi vorrebbe confermarla, anzi estenderla.
Cominciamo a dire che il regime forfettario – sempre più popolare, ormai applicato dal 52% delle partite Iva – è effettivamente usato da un gran numero di contribuenti con bassi ricavi. Su 2 milioni e 27mila aderenti, ce ne sono 936mila che non superano – per l’appunto – i 20mila euro annui, cioè 1.667 euro al mese. Di questi contribuenti, circa 72mila hanno addirittura indicato ricavi pari a zero nelle dichiarazioni dei redditi 2025.
Si può ipotizzare che ci sia una quota di sottofatturazione (i controlli delle Entrate hanno coinvolto nel 2025 circa 46.500 forfettari per gli anni d’imposta 2018-23). Ma è certo che un gran numero di forfettari è ben lontano dal livello massimo di ricavi e rientra oggettivamente nell’identikit del “piccolo” contribuente per il quale sono stati pensati negli anni vari regimi di favore, come quello dei minimi ora a esaurimento. Pensiamo a dipendenti che hanno perso il lavoro e si mettono in proprio, giovani alle prime armi, pensionati con un’attività collaterale e così via. Per loro, oltre all’aliquota ridotta (sostitutiva al 15%, o al 5% per le start-up, anziché Irpef dal 23% in su), ci sono altri vantaggi: determinare l’imponibile con coefficienti a forfait, non applicare l’Iva (e non presentare la relativa dichiarazione annuale), restare esonerati dalla ritenuta d’acconto e dagli obblighi di contabilità ordinaria.
C’è poi una fascia media in cui ricadono oltre 700mila forfettari (il 36% del totale) con ricavi da 20mila a 50mila euro. Possiamo immaginare che questa platea sia tutto sommato stabile, visto che fino all’anno d’imposta 2022 il limite massimo era 65mila euro di ricavi o compensi.
Il discorso cambia se alziamo lo sguardo. Partendo dai dati delle Entrate, la Corte dei conti segnala che nelle dichiarazioni presentate nel 2025 ci sono 81mila forfettari con ricavi o compensi superiori a 80mila euro, ma entro la soglia massima di 85mila (così innalzata dal 2023). Sono coloro che in autunno cominciano a monitorare le fatture per evitare di sfondare il tetto e uscire dalla flat tax a partire dall’anno successivo (nei casi di sforamento dei 100mila euro, che immaginiamo rarissimi, l’uscita è immediata).
Se i contribuenti vicini agli 85mila euro di ricavi sono quelli che sfruttano al massimo il risparmio fiscale del forfait, una fetta importante dei vantaggi va anche ad alcuni dei 276mila aderenti (il 14% del totale) con fatturato tra i 50mila e gli 80mila euro. Qui ci sono autonomi e professionisti che sarebbero usciti dal regime agevolato se la soglia non fosse stata alzata da 65mila a 85mila euro. E proprio questo fenomeno ha fatto sì che per lo Stato il costo dell’innalzamento sia stato superiore alle previsioni originarie. Annotano i magistrati contabili: «Il principale fattore che ha generato lo scostamento negativo è individuabile nella forte concentrazione di soggetti già nel regime forfettario con ricavi e compensi nella fascia immediatamente inferiore alla vecchia soglia di 65.000 euro (tra 55.000 e 65.000 euro), che hanno potuto beneficiare dell’ampliamento del limite pur non cambiando regime».
Pur senza analisi specifiche, si può pensare che da questi contribuenti con ricavi elevati arrivi buona parte della perdita di gettito dovuta al forfait, stimata in 3,4 miliardi per il 2025 nel Rapporto annuale sulle spese fiscali, a fronte di un’imposta sostitutiva che vale 3,79 miliardi secondo le Statistiche fiscali sulle dichiarazioni 2025.
La perdita è stata criticata ancora di recente dalla Ue, nella Raccomandazione del Consiglio approvata il 3 giugno, secondo cui le flat tax «rendono il sistema fiscale estremamente complesso, ne riducono la progressività ed erodono la base imponibile».
La stessa Corte dei conti, però, sottolinea che – su questo tema – ne sappiamo ancora troppo poco. Perché non ci sono «analisi sistematiche di confronto ex post tra il gettito effettivamente realizzato e quello che si sarebbe determinato in assenza del regime forfettario». In pratica, non si può sapere se la flat tax abbia fatto emergere imponibile o se abbia indotto comportamenti specifici nei contribuenti. Si pensi, oltre alla già citata sottofatturazione, alla scelta di operare su base individuale anziché associata, opzione tutto sommato semplice per i professionisti. Sarebbe interessante, ad esempio, vedere quanti dei quasi 155mila avvocati, dei 70mila architetti e dei 43mila geometri in regime forfettario – solo per citare alcuni casi – operano in regime di monocommittenza o quasi con uno studio di riferimento, anziché con una clientela diffusa.
Oltre a tanti professionisti, l’analisi della Corte dei conti sui 20 settori con il maggior numero di forfettari evidenzia anche – tra gli altri – 56mila barbieri eparrucchieri, e 20.500 estetiste. Sono imprenditori che si rivolgono ai consumatori finali e, non dovendo applicare l’Iva, godono di un vantaggio competitivo rispetto ai concorrenti in regime ordinario. Possono abbassare i prezzi senza rimetterci, oppure possono mantenerli inalterati e avere un importo netto più alto. Anche questo aspetto andrebbe meglio indagato.
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