Quiet luxury, itinerari paralleli e variabili del medio Ionio catanzarese

Un angolo da scoprire ancora poco conosciuto ricco di storia e tradizioni legati alle produzioni agricole e all’artigianato

Squillace, Montauro, Isca, Copanello, Le Castella, Cirò, partendo da Roccelletta di Borgia, medio Ionio catanzarese, lontano dai luoghi della “turistificazione”: testimonianze normanne, romane, ma soprattutto magno greche. Castelli, monasteri, anfiteatri – diverse archeologie – che si spalancano verso il mare. Itinerari paralleli, variabili, che poi convergono nel castello medievale di Squillace, lungo l’istmo di Catanzaro, il punto più stretto d’Italia, tra Jonio e Tirreno. Lì dove alcuni storici collocano l’omerico regno dei Feaci, popolo ospitale che per primo accolse Odisseo, naufrago straniero e senza nome. Sempre lì – magari con un po’ più di approssimazione – dove nacque l’Italia. Dove, cioè, sul popolo degli Enotri, regnò Italo, «in quel tratto che primitivamente portava esso solo il nome dell’Italia»: così scrisse alla fine dell’800 il viaggiatore archeologo François Lenormant.

Isca sulla Ionio è un lembo di costa catanzarese, in posizione dominante, tra calanchi e ulivi. La avvolgono dall’alto i faggi, i lecci, gli abeti e i pini delle Serre. I frantoi spremono il succo delle olive. Alcune sono realtà storiche, nel settore oleario da più di un secolo. «Il mio lavoro è rivolto sempre a comunità, territori e persone, che sono parte integrante del processo di creazione di una vera esperienze di viaggio», racconta l’ imprenditrice turistica Angela Donato, anima della seconda edizione del “Calabria Food Fest, Where Italy Begins, manifestazione che ogni anno richiama in zona operatori del settori in cerca di quella che viene definita “Quiet luxury calabrese”.

Nel cielo di Roccelletta di Borgia si staglia Scolacium, uno dei siti archeologici più importanti della Calabria. L’area conserva i resti della colonia romana, sorta su un precedente insediamento greco. Tra i fitti ulivi argentati si scorge l’anfiteatro (l’unico in Calabria), il foro, le vie lastricate e una maestosa basilica normanna. Nel complesso museale è presente anche un antico torchio oleario, testimonianza della secolare vocazione agricola del territorio. La direttrice, l’archeologa Elisa Nisticò, mantiene stretto il legame tra paesaggio, archeologia e olivicoltura, concedendo degustazioni nel parco.

Tra le Serre e lo Jonio, anche Montauro, arroccata a mezzacosta, guarda il Golfo di Squillace. Per i turisti si mobilita la banda che marcia lungo corso Umberto, fino alla chiesa di San Pantaleone. Il resto è accoglienza spontanea, come i saluti delle signore che si sbracciano affacciate ai balconcini.

I visitatori arrivano da Stati Uniti, Grecia, Ungheria, Regno Unito. Esplorano mare, colline e aree interne. Diversi i focus: l’archeologia, l’artigianato, lo svago, la musica e i balli tradizionali. Comune denominatore, la cucina. I prodotti locali e i sapori – tra brindisi in piazza e assaggi improvvisati – incantano gli chef arrivati dall’estero. Regina la cipolla di Tropea e anche la ‘nduja di Spilinga, protagoniste di cooking class “identitarie”. Poi, “site visit” tra cantine aperte e vigneti eroici e primordiali, vestigia viventi dell’eredità ellenica della Calabria: nel crotonese il vino antico è il Cirò. E nelle aziende Librandi, Ferrocinto e Senatore – per citarne solo alcune fra quelle coinvolte – la produzione è un’eccellenza.

La Calabria è nel cuore del Mediterraneo e racchiude millenni di partenze e approdi, invasioni, restanze. Come i suoi miti, è antichissima e sempre nuova, tutta da raccontare. Non è un caso che diventa anche Set-jetting o destinazione per escursioni legate al cinema. Tra le tappe di grandi produzioni girate in Calabria, ci sono Le Castella, set di Sandokan e la miniserie televisiva La Buona Stella, e Palmi che ha fatto da sfondo a The Good Mothers, la storia vera delle donne che hanno sfidato la ’Ndrangheta, miglior serie alla Berlinale.

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