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Hanno dovuto aggiungere una bella quantità di seggiole, nel cortile di Palazzo Ducale a Martina Franca: l’assetto tradizionale del Festival della Valle d’Itria questa volta proprio non basta. Perché “Carmen” ha fatto saltare il banco, qui dove si danno titoli rari, partiture per iniziati e disperatamente curiosi. Così la platea è impressionante e il colpo d’occhio, alla seconda replica del capolavoro di Georges Bizet, sul podio Fabio Luisi, regia di Denis Krief, riporta a una vera festa popolare, al bianco e nero delle fotografie di una volta, quando l’opera d’estate diventava una occasione per tutti. Di conoscenza, di incontro. Opera viva. Eppure qualcuno si lamenta: “Non è un’opera da Martinà”, borbotta il vicino di posto. Francese, “bien sûr”, ha canticchiato i motivetti più noti, rimanendo però spiazzatissimo alle novità della proposta: agli inediti, e soprattutto alla clamorosa assenza di uno degli inni in terra patria, la “Habanera”.
La canzone ritmata, facile (ma i cromatismi discendenti tutt’altro che facili a intonarli bene) nella “Carmen” di Martina Franca non c’è. Qui il punto di interesse, di svolta, di ripensamento radicale che caratterizza la nuova produzione del Festival, cinquantaduesima edizione, guidato dalla mano felicissima di Silvia Colasanti. Non a caso una compositrice, con sensibilità colta, che l’ha portata ad allinearsi a quello che Bizet avrebbe voluto portare in scena, in quel 1874 a Parigi: la prima versione, precedente rispetto alle critiche dei primi interpreti, dei coristi, dell’impresario. Chissà se sentiva la fine vicina, chissà se quel taglia e aggiungi a una partitura perfetta – ora lo possiamo dire! – contribuì a determinare lo stato di prostrazione, il famoso bagno nel fiume, a Bougival, e la morte a pochi giorni dall’insuccesso di questa che è oggi una delle tre opere più rappresentate nel mondo. Nell’enclave di cultura musicale e teatrale di Martina Franca (ricordiamolo sempre, qui nasce Paolo Grassi) a Bizet si è resa giustizia. Non, come si è visto altrove, con l’inutilità di proporre le battute tolte intenzionalmente dall’autore, bensì con la “Carmen” vera, tutta di pugno di Bizet.
Splendida e convincente, come raramente succede quando nelle nostre orecchie una partitura si è diversamente sedimentata. Ad ogni momento, e già subito dalla Ouverture introduttiva, le parti nuove e mai sentite portano in un giardino inesplorato: colori più lievi, impasti più fragranti. Più pittorica e meno ritmica, più francese e meno spagnola. Un errore trasformare Bizet in un antesignano di Ravel. La fortuna a Martina Franca risiede anche nella verginità del podio: per Fabio Luisi, qui anche direttore musicale, questa è la prima “Carmen”, edizione critica di Paul Prévost, per Bärenreiter, finora eseguita quasi in clandestinità e mai portata in scena. Altro che “Non è un’opera per Martinà”: questa è una sconvolgente primizia mondiale. Meritevole di essere ripresa altrove, proprio per la ricchezza e la preziosità della scrittura: con i “melodrames”, i dialoghi parlati ma sopra lo sfondo dell’orchestra (da trattato di strumentazione), con una patina ritmica più soffice (e decisamente cullante la tratteneva Luisi), con la brutalità dell’assassinio finale non verista e dunque più toccante, perché non un gesto a effetto, ma l’approdo di un racconto molto più articolato e spiegato.
Molto bene tutti gli interpreti – a un Festival che si rispetti va data la missione di convincerli a studiare anche delle parti nuove – a partire dalla Carmen del mezzosoprano Deniz Uzun, dal colore magnifico, potente nei gravi, con il tenore Matteo Lippi, impeccabile, convincente, e la Micaëla di Natalia Tanasii, molto sicura, avendo tra l’altro appena cantato il ruolo alla Scala. Giusto leggermente affaticato sembrava Alessandro Luongo, Escamillo, ma il canto all’aperto può dare sempre imprevisti. Come ad esempio quello dei fuochi d’artificio, sparati a gragnuola e rumorosissimi, da una abitazione vicina a Palazzo Ducale: eroici gli artisti nel proseguire indefessi, senza una incertezza. Peraltro si era nell’Aria delle carte, e sembravano quasi fatti apposta quegli spari, sul presagio di morte di lei. Un applauso corale a tutti gli altri interpreti, allievi della Accademia del Belcanto “Rodolfo Celletti”, con menzione speciale a Ariadna Vilardaga e Marina Fita Monfort.
Perfetta la sintonia narrativa tra parte musicale e regia, perché Denis Krief è un regista che sa leggere una partitura. E difende una scuola di teatro dove si racconta, passo passo, con concretezza, senza clamori. La sua messinscena è la più minimalista immaginabile: sette pannelli, un po’ di sedie, qualche tavolo (preso certamente dai bar di Martina Franca) e un letto, dove lei plausibilmente viene uccisa. Non per strada, come si vorrebbe. E la scelta – nemmeno tanto sovversiva – convince appieno. Esattamente come sono da sottoscrivere le sigaraie in abiti da lavoro, grembiuli marroni e fazzoletto bianco alla testa: portano mimose, simboliche certo, ma anche gialle, come voleva il testo di Mérimée. Basta stucchevoli rose.
Lodi anche a Orchestra e Coro del Petruzzelli di Bari, impegnati a pieno ritmo anche nel dittico novecentesco “Pulcinella” di Stravinskij e “Favola di Orfeo” di Casella: meglio quest’ultimo, ben più raro, con la direzione meticolosa e energica di un ventottenne da tenere d’occhio, Nicolò Umberto Foron. Regia coreografica di Jean Renshaw ripetitiva. Mentre per la parte barocca, altra primizia assoluta del Festival la messinscena di “Il schiavo di sua moglie” di Francesco Provenzale, concertato da Antonio Florio con i suoi della Cappella Neapolitana e un drappello di voci molto ben preparate, sempre allievi della Accademia di Martina Franca, ben istruiti anche registicamente da Rita Cosentino. Della scuola napoletana degli anni Settanta dei Seicento colpisce l’eredità lanciata in avanti a Mozart. E insieme la novità di un tessuto vocale molto più contrappuntistico, rispetto alla scuola veneziana. Tessuto intrecciato, ben scelto, per rappresentare il “Mediterraneo” scelto come titolo del cartellone: mare sì, ma più della terra fecondo, per creare scambi e radicare culture.
Carmen
Georges Bizet
Direttore Fabio Luisi
Regia Denis Krief
Martina Franca, Festival della Valle d’Itria
fino al 2 agosto
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