C’è una trama silenziosa, ma vitale che attraversa tutto il mondo del tessile, ed entra con forza tanto nel mondo dell’interior design quanto in quello dell’arte contemporanea. Un sapere antico e prezioso, i cui protagonisti sono stati a lungo considerati artigiani nel mondo occidentale e artisti in quello che oggi viene definito Global South, il Sud del mondo. Come la ceramica, anche l’arte tessile ha abitato per secoli quella linea sottile e sfumata tra arte e artigianato — una frontiera che oggi l’interior riconosce e valorizza come mai è accaduto nel passato. Fibre Art, arazzo, tessitura, ricamo, maglia: forme diverse di un unico linguaggio che si espande oltre i suoi confini naturali, dialogando con moda, design, scienza e tecnologia.
A incarnare perfettamente questa evoluzione è l’India, nazione che ha letteralmente intrecciato la propria storia in questa dicotomia dinamica, capace di muoversi dall’arte al prodotto e ritorno. Emblematico è il caso di Chanakya International, la casa tessile e di ricamo fondata a Mumbai negli anni Ottanta. «Quando mio padre fondò il brand, la sua idea nasceva dal contesto da cui proveniva: un villaggio del Gujarat, lo stato centro meridionale dell’India, in cui ogni comunità celebra la propria cultura e identità collettiva attraverso l’artigianato», racconta Karishma Swali. La sua direzione creativa ha costruito collaborazioni durature con le principali case di moda, artisti e artigiani a livello mondiale. Con il sostegno di Maria Grazia Chiuri, Swali ha fondato la Chanakya Foundation per l’educazione e la sostenibilità e la Chanakya School of Craft, organizzazione no profit dedicata all’emancipazione femminile attraverso il sapere artigianale e culturale. Nel luminoso quartier generale nel centro di Mumbai, si dispiega un microcosmo creativo: artigiane e artigiani chini su lunghi tavoli progettano ricami, annodamenti e filature della tradizione zardosi, aari, ma anche possibilità di tessitura mai sperimentate prima. Tra gesti rapidi e nodi sapienti prendono forma giganteschi arazzi e sculture tessili astratte.
In India, Chanakya ha intrapreso il suo percorso artistico partendo dai legami con la moda. «La nostra prima collaborazione è stata con Judy Chicago per una sfilata Dior: lei è un’artista che ammiriamo molto», aggiunge Swali. Insieme abbiamo fatto un percorso importante e il suo lavoro, ispirato al The Dinner Party del 1979, non solo ora fa parte del nostro curriculum, ma i grandi arazzi che abbiamo realizzato insieme, oggi, sono conservati al New Museum di New York». Dalle collaborazioni con nomi come Mickalene Thomas e Isabella Ducrot, le incursioni d’arte si sono moltiplicate fino al successo internazionale della mostra Cosmic Garden, inaugurata due anni fa in occasione della Biennale Arte di Venezia, progetto a sei mani con gli artisti indiani Manu e Madhvi Parekh. Pitture su tela accanto a superfici intessute e sculture rivestite di tessile: «Quando ho osservato le opere di Madhvi, ho avuto quasi la sensazione di trovarmi di fronte a esseri viventi, per via della loro energia primordiale.
Ho sentito l’istinto di renderle tridimensionali». Da qui la scelta di esplorare anche tecniche meno celebrate, come la carta pesta — con il suo uso di materiali di scarto — in dialogo con la tessitura (opere in cartapesta da 50mila euro e in tessuto da 160mila). Il cerchio si chiude oggi con un ritorno a casa, nel vero senso della parola: nasce il brand Chorus, dove Chanakya esplora il tessile non più solo per l’abbigliamento, ma anche per l’interior, dai copriletti a oggetti ibridi come vasi di tessuto sospesi tra decorazione e collectible design. «Per me, personalmente, la rarità di una forma artigianale non dipende solo dall’eccezionalità del suo savoir-faire, ma anche da un contesto geografico, storico e culturale che rende un tessuto quasi un campo di indagine», spiega Swali. «Dato che in India non esiste una distinzione linguistica netta tra arte e artigianato – in hindi c’è un’unica parola per indicare entrambi, kala –, tutto, dalle arti performative a qualsiasi forma di espressione creativa, rientra nella stessa sfera di interesse».
Questa visione sarà celebrata con una mostra a Roma a fine anno e, prima ancora, alla prossima edizione di Homo Faber a Venezia, dall’1 al 30 settembre. Dove sarà presente con uno dei suoi scenografici tappeti anche l’altro grande protagonista dell’incrocio tra tessile, interior design e arte indiana: Jaipur Rugs, brand che, come dice il nome, nasce nell’assolata città rosa dell’India del nord. «Uno dei primi progetti a cui ho lavorato è stata una serie di grandi tappeti disegnati da Luca Guadagnino e Nicolò Rosmarini per la scorsa edizione dell’evento alla Fondazione Giorgio Cini di Venezia», racconta il direttore artistico Greg Foster. «Per i curatori, l’artigianato è considerato al pari dell’arte contemporanea. Più di ogni altro oggetto domestico, il tappeto racconta una storia: rivela dove è stato realizzato e, talvolta, anche chi lo ha creato».
Fonte: Il Sole 24 Ore
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