
Le industrie italiane (ed europee) sono strette tra la necessità di puntare alla neutralità climatica nel 2050 e – da ultima – la crisi geopolitica nel Golfo con il blocco dello Stretto di Hormuz che, al netto di soluzioni repentine, si prevede consegnerà un conto salato nel giro di sei-dodici mesi. La competitività è a rischio, soprattutto nei comparti energivori.
Il processo di decarbonizzazione
La soluzione, in linea generale, potrebbe arrivare dalla decarbonizzazione in corso, un processo complicato (l’obiettivo non sarà raggiunto nei tempi previsti, verosimilmente) e costoso, che in 35 anni ha portato le emissioni industriali in Europa a – 37% e che si è trasformato in una necessità strategica per garantire sicurezza energetica, competitività industriale e autonomia geopolitica. A patto che gli investimenti necessari siano resi economicamente sostenibili e le normative siano chiare. È questa una delle conclusioni cui giunge il «Decarbonization Policy & Technology Report 2026», realizzato dall’Energy&Strategy della School of Management del Politecnico di Milano e pubblicato in anteprima sul Sole 24 Ore del Lunedì. «La decarbonizzazione è l’unica risposta strutturale in grado di ridurre l’esposizione ai prezzi dell’energia, ma non senza tutela e rilancio industriale, da conciliare con il raggiungimento degli obiettivi climatici – spiega Vittorio Chiesa, responsabile dell’Energy&Strategy della Polimi School of Management e responsabile del report –. La direzione strategica appare dunque definita, ma rimangono aperte molte questioni legate alla competitività industriale, alla sostenibilità economica degli investimenti e alla capacità dei sistemi regolatori di accompagnare la trasformazione in corso».
Gli interventi Ue
La “rilettura” in chiave di competitività e sicurezza energetica del processo di decarbonizzazione ha portato l’Unione europea ad approvare il Clean Industrial Deal e a varare una serie di strumenti per promuovere il taglio delle emissioni: l’Industrial Accelerator Act, per riportare il manifatturiero al 20% del Pil europeo entro il 2035; il Cisaf, con nuove regole sugli aiuti di Stato; il Metsaf, contenitore di misure straordinarie per la crisi energetica; la revisione del sistema europeo degli Ets (caldeggiata anche dal governo Meloni). A livello nazionale, invece, si alternano misure di breve periodo, come l’Energy Release 2.0 e il Dl Bollette (il cui focus è ridurre i costi energetici per le imprese), a progetti con un orizzonte più lontano che dovrebbero sostenere le imprese nell’adozione di tecnologie efficaci nel taglio delle emissioni.
Cattura e stoccaggio Co2
Nel fare il punto sullo stato di avanzamento di alcune di queste tecnologie chiave, come il sistema di cattura e stoccaggio della Co2 (Ccus) e l’idrogeno rinnovabile, il report evidenzia la mancanza di normative che permetterebbero di implementare concretamente l’uso di queste tecnologie green. E nutrire un tessuto di startup ad alto potenziale: il Polimi ha mappato 372 startup a livello globale attive nel Ccus, di cui il 40% in Europa, e 162 nell’idrogeno green, la maggior parte (39%) sempre in Europa.
Il Ccus è riconosciuto come una leva decisiva per la decarbonizzazione dei processi industriali non elettrificabili, ma le criticità sono diverse: mancano infrastrutture per il trasporto e lo stoccaggio della Co2, l’implementazione necessita di un cospicuo investimento iniziale. Soprattutto, la legislazione italiana è incompleta: nonostante la legge delega approvata in Cdm il 30 giugno 2025 prevedesse entro 12 mesi la definizione di un quadro normativo organico, il testo del Ddl è ancora all’esame della Commissione Ambiente. Uno degli strumenti più efficaci per il sostegno economico a questo tipo di investimenti, poi, sono i Contratti per differenza sul carbonio (Ccfd), accordi tra lo Stato e le aziende che coprono la differenza economica tra le produzioni tradizionali e quelle che usano tecnologie a basse emissioni, che però nel nostro Paese non sono ancora operativi su larga scala come invece è avvenuto in Germania.
Fonte: Il Sole 24 Ore
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