Se il riposino in ufficio incrementa la produttività

La pratica del breve sonno ristoratore migliora concentrazione e performance, anche se in Italia resta un tabù culturale

Gli scienziati che studiano la nostra produttività sul luogo di lavoro ci dicono che viviamo in un contesto di prolungata “attivazione parziale” delle nostre facoltà cerebrali. Noi abbiamo la sensazione di essere sempre “sul pezzo”, ma in realtà siamo esseri umani, mediamente concentrati e solo occasionalmente focalizzati al 100% sul nostro compito e i nostri obiettivi. Vigili ma distratti, insomma. Vigili ma spesso ipnotizzati dallo schermo e costantemente sotto la minaccia dei nostri aguzzini mentali: le notifiche (nel senso ampio del termine). La mail del capo, il pro memoria della riunione, il messaggino in chat del collega, pop up di tutti i tipi, alert di tutti i tipi, scritte “urgente” che si susseguono ininterrottamente. E mentre siamo sempre in modalità “on”, sempre accesi, sempre raggiungibili, la nostra batteria inevitabilmente si scarica.

Secondo gli esperti per massimizzare la nostra produttività dovremmo essere completamente focalizzati su un singolo compito e poi di tanto in tanto gratificarci con piccole pause. Purtroppo, però, una pausa in cui scorriamo i reel dal nostro smartphone non è un’attività riposante. Ci gratifica ma non ci aiuta a trovare riposo. Per riposarci dovremmo staccare davvero la spina e fare “buio e silenzio”.

Non bastano quindi tante piccole pause (andare in bagno, prendere un caffè, fare il giro dell’isolato telefonando a casa, scrivere un wapp all’amico del calcetto), perché secondo gli scienziati per ricaricarci abbiamo necessità anche di momenti di completo scarico, lontano da schermi e/o interazioni sociali.

Anche grazie allo sviluppo dello smartworking e dunque alle riflessioni sul modo di lavorare da casa, negli ultimi anni anche in Italia si sta diffondendo il concetto di power nap, in italiano riposino energizzante. Si tratta di “fare buio e silenzio” per 15/20 minuti. Raggiungere quello stato di leggero addormentamento (da viaggio in treno per intendersi) che ci porta alla piacevole sensazione di aver “perso coscienza” per qualche istante.

Non è sonno profondo. Non c’è una fase rem e non c’è neanche necessariamente bisogno di un divano (anche se aiuta). Esistono delle tecniche (per esempio di respirazione) per facilitare l’addormentamento e delle buone abitudini (tappi, maschere, luoghi silenziosi).

Tutti capiamo che il power nap è una richiesta fisiologica del nostro organismo e dunque comprendiamo perfettamente quanto possa essere utile ricavare un piccolo spazio di questo tipo nella nostra giornata. Qui ci scontriamo però con un problema culturale: anche se esistono delle aziende (di solito grandi multinazionali) che hanno previsto nei loro spazi degli “angoli relax” con tanto di poltrone e divani, l’idea del sonnellino in ufficio in Italia è considerata o una eccentrica trovata da corporation californiana o una intollerabile mancanza di rispetto e di decoro.

Nella quotidianità capita di trovare il collega, magari un po’ avanti negli anni, che chiude gli occhi e qualche volta addirittura russa, ma si tratta di situazioni percepite come patologiche, da gestire con un mix di ilarità e segnalazioni all’ufficio del personale. Il sonno è di chi ruba lo stipendio e non ha voglia di lavorare.

Se fossimo invece ispirati da un sano desiderio di coniugare produttività e benessere dovremmo invece “sdoganare” il sonnellino. Se il lavoro è sempre meno esecuzione di routine (ci pensano gli algoritmi) e sempre più performance allora abbiamo bisogno di essere carichi per fare la differenza. Quando siamo stanchi e scarichi possiamo forse avvitare un bullone. Non possiamo invece dare un vero contributo in un meeting o convincere qualcuno della bontà di una nostra proposta. Per non parlare di chi in ufficio gestisce attività esposte a errori/rischi significativi. Dovremmo ispirarci allo sport professionistico: allenatori e preparatori atletici ci dicono che il sonno è lo strumento principe dei campioni.

Il power nap dovrebbe essere una componente fisiologica di ciò che in Italia chiamiamo pausa pranzo. Bisognerebbe organizzare dei corsi di formazione per gestire l’implementazione di questo tipo di abitudine sul luogo di lavoro. Dovremmo diffondere l’utilizzo di maschere, tappi e aree di isolamento acustico. Imprenditori e manager dovrebbero dare il buon esempio. L’alternativa la conosciamo bene. Si chiama ipnosi da schermo. E’ vero che i colleghi non se ne accorgono, ma la batteria del nostro cervello si scarica insieme a quella del nostro smartphone.

*Managing director della società di formazione e consulenza Sparring

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