È difficile restare un foglio bianco, soprattutto se si hanno più di trent’anni di carriera alle spalle, collaborazioni con aziende come Cappellini, Mutina, Vitra, Cassina e Flos e si è esposti nelle collezioni permanenti dei principali musei di design del mondo. «Di fronte a un progetto», racconta Ronan Bouroullec, «è importante avere una posizione naïf, un desiderio di scoperta che parta dal presupposto che si ha molto da imparare», una disposizione mentale che, ammette, diventa sempre più difficile con il passare del tempo.

Un oggetto in una stanza è come la bustina di tè in una tazza: parola di Bouroullec

“Untitled” (2022), artwork in ceramica su alluminio e Shaku Chair, in legno, sintesi di design e artigianato. Si ispira alla manifattura giapponese ed è firmata da Ronan ed Erwan Bouroullec, KOYORI (850 € + Iva). ©Studio Bouroullec

Un atteggiamento, quello del designer e artista francese, che spiega il suo costante movimento tra esperienze diverse, dal disegno al design, dalla moda alle produzioni artigianali. «Non mi sento e non voglio essere uno specialista, preferisco piuttosto essere un generalista che lavora con degli specialisti», spiega. È la stessa curiosità che lo ha portato a collaborare con Issey Miyake nel mondo della moda, ma anche con aziende e artigiani di straordinaria esperienza che lavorano con il vetro e la ceramica. «D’altra parte, quando giovanissimo ho iniziato a collaborare con Vitra, Rolf Fehlbaum mi invitò a riflettere sul tema del lavoro. Rimasi spiazzato, pensai a un errore di casting, non avendo mai lavorato in un ufficio in vita mia. Invece aveva ragione lui». Per anni la sua collaborazione nel settore ha avuto grande successo.

Sarà per via del casting, ma il nostro discorso vira verso il cinema come metafora di questo incontro a Casa Mutina dove si festeggiano i quindici anni di collaborazione tra il designer e l’azienda modenese, che dal 2005 trasforma la ceramica coniugando tradizione artigianale e linguaggi contemporanei. «Il lavoro del designer è abbastanza simile a quello di un attore: si fanno film diversi con registi diversi. Io lavoro bene quando mi trovo in una situazione di dialogo con persone con cui condivido la stessa passione, lo stesso desiderio di far bene le cose, qualsiasi sia il settore», racconta. Tra questi c’è sicuramente il ceo di Mutina, Massimo Orsini, che lui preferisce definire un regista, per restare nella metafora. La loro è un’amicizia fatta di scambi (anche tennistici), dialoghi e progetti. È grazie a lui, primo tra tutti, che Bouroullec ha capito quanto l’aspetto espositivo sia centrale nella sua pratica.

Inchiostri di Bouroullec è una combinazione di vasi con otto elementi da incastrare tra loro con diverse combinazioni.Qui le versioni 2025 in vetro soffiato e colato dalla Fornace Simone Cenedese, Murano (prezzo su richiesta). ©Enrico Fiorese

Per il designer, infatti, le mostre sono uno strumento di analisi: «Disegno oggetti, ma difficilmente ho l’occasione di vederli tutti insieme. È un modo di osservare le cose piuttosto raro. Un oggetto in una stanza è come la bustina di tè in una tazza d’acqua: diffonde una certa atmosfera, un certo gusto, una consistenza. Metterne molti insieme in uno spazio espositivo diventa allora un modo per dimostrare che quegli assemblaggi possono generare armonia, calma e perfino bellezza. Esporre è anche un’opportunità per condividere il mio lavoro con persone che non necessariamente hanno i mezzi per acquistare quello che faccio». L’obiettivo a quel punto è la diffusione di cultura. È con questo spirito che, nel 2021, è nata la mostra The Sound of My Left Hand, prima personale del designer in Italia che ha visto riunite, senza definirne i confini, la sua pratica artistica e la poetica di oggetti di design, preludio della mostra-consacrazione Résonance con cui nel 2024 il Centre Pompidou ha reso omaggio a uno dei più amati e prolifici designer francesi.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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