Wallace Chan, l’artista-alchimista in mostra tra Venezia e Shanghai

Da Venezia a Shanghai, «Vessels of Other Worlds» tra alta gioielleria e scultura monumentale: l’artista sperimenta l’intersezione tra titanio, ferro e pietre preziose

Il 18 luglio, al Long Museum, nel West Bund di Shanghai, è stata inaugurata la mostra «Vessels of Other Worlds» – aperta fino al 25 ottobre 2026 – dell’artista-orafo cinese Wallace Chan. La mostra sinica dialoga con l’omonima esposizione veneziana, allestita presso la Cappella di Santa Maria della Pietà, visitabile fino al 18 ottobre 2026. La personale di Shanghai è stata interamente finanziata dal Long Museum, un museo privato fondato nel 2012 dalla coppia di miliardari collezionisti Liu Yiqian e Wang Wei, prospiciente la passeggiata lungo il fiume Huangpu. L’istituzione cinese ha offerto pieno supporto finanziario e organizzativo anche per l’esposizione in Laguna.

Wallace Chan, classe 1956, da oltre quarantacinque anni lavora pietre, metalli e leghe in modo rivoluzionario, brevettando nuovi modi di tagliare le gemme (il cosiddetto «taglio Wallace»), di incastonarle senza evidenti supporti metallici e di lavorare la giada. L’ultima scoperta dell’artista, risalente a più di dieci anni fa, è stata battezzata la «Porcellana di Wallace Chan». Si tratta di una ceramica rinforzata con ferro, silicio, zirconio e un quarto elemento mantenuto segreto, che risulta cinque volte più resistente dell’acciaio. Una delle prime opere di oreficeria realizzate con questa lega è entrata nella collezione permanente del British Museum nel 2019.

A Shanghai, l’esposizione antologica ripercorre i lavori di Chan dando la precedenza alla sua produzione artistica recente. Aprono i «Titans», lavori già esposti presso il Fondaco Marcello di Venezia durante la Biennale di Architettura del 2021 e, poi, portati a Londra, a Canary Wharf, nel 2022. I Titani, divinità greche immortali, sono per Chan parti anatomiche, visi allungati e sculture affusolatissime in titanio, talvolta attraversate da elementi in ferro, che sembrano gocciolare sul pavimento. Secondo il curatore della mostra, James Putnam, «il titanio, per la sua durabilità infinita, è eletto dall’artista a simbolo di eternità». A differenza del ferro, il titanio è difficilmente reperibile e molto costoso. «Chan si procura il materiale – spiega Putnam – dagli scarti dell’industria aerospaziale cinese», in un’ottica di produzione sostenibile e circolare.

Nelle successive sale sono esposte «Totem», «Mythos» e «Trascendence» già presentate rispettivamente al Fondaco Marcello nell’aprile 2022, durante la Biennale d’Arte di Cecilia Alemani, a Palazzo Contarini del Bovolo, attualmente visitabili fino al 18 ottobre 2026, e alla Cappella di Santa Maria della Pietà, in coincidenza con la Biennale d’Arte del 2024. In particolare la scultura totemica, se assemblata, arriva a misurare dieci metri, ma Chan e Putnam hanno preferito lasciarla scomposta, disseminando i pezzi a terra. Nell’allestimento attuale, questi risultano visibili da una balaustra di vetro, «nel modo in cui, in Italia, si fruiscono le rovine di templi romani e greci nei parchi archeologici», spiega il curatore. Anche qui a Shanghai, come a Venezia, l’opera è accompagnata da un corto sperimentale di dieci minuti del regista Javier Ideami.

Il cuore della mostra si raggiunge passando attraverso un dedalo di stretti e sinuosi corridoi, che richiamano il tradizionale andamento a zig-zag dei passaggi cinesi, come quelli del vicino Giardino del Mandarino Yu del XVI secolo, una configurazione che, secondo la tradizione, serviva a lasciare indietro gli spiriti maligni. Dove i corridoi si illuminano, le sale mostrano vasi imponenti, come «Birth» (la nascita), composto da più di mille componenti di titanio lucido, assemblate in una struttura organica complessa, che rappresenta intrecci di relazioni, movimenti e forze vitali interconnesse. Nella sala successiva, «Growth» (la crescita), riprende il lavoro precedente espandendolo e complicandolo. Dall’interno dell’opera è possibile osservare un caleidoscopio di riflessi: “si tratta – come spiega Putnam – del tentativo di tradurre in esperienza architettonica l’effetto ottico del taglio Wallace sulle gemme”. In questo vaso monumentale le componenti di titanio si saldano a quello che sembra un unico sistema vivente, suggerendo che la crescita sia un processo complesso e continuo di trasformazione. Infine, l’ultimo contenitore, «Rebirth» (la rinascita), chiude per riaprire il ciclo vitale e alchemico.

La scelta del vaso come oggetto di narrazione e relazione si colloca all’interno della tradizione cristiana degli olea sancta, i vasetti vitrei usati per rituali di purificazione, ma anche dell’antica tradizione cinese della pittura vascolare a figure blu della dinastia Ming e, successivamente, con le più colorate produzioni della dinastia Qing. Proprio le tinte scelte, la dovizia di dettagli e le citazioni di soggetti mitologici ricordano, infatti, le decorazioni delle antiche porcellane che oggi popolano lo Shanghai Museum East Campus e gli altari per le libagioni dei vari templi buddhisti di Shanghai, con la differenza che le opere di Chan non sono fragili, ma potenzialmente imperiture.

I tre contenitori esposti al Long Museum sono stati riprodotti in scala ridotta per la mostra in Laguna. Con «Live Camera Feed from Venice», ossia tre schermi posti sopra una vecchia imbarcazione fluviale («un altro contenitore»), del tutto affine a quella con cui la famiglia di Chan attraversò il fiume delle Perle per emigrare da Fuzhou a Hong Kong negli anni ’60 – recuperata dall’artista e fatta restaurare – si può osservare in tempo reale il pubblico in visita alle opere esposte nella cappella veneziana. Anche in Laguna, simili schermi, permettono di osservare quello che accade a Shanghai. Chiudono la mostra i capolavori di arte orafa di Chan: preziosissime farfalle e fiori dal valore di milioni di euro, tutti prestati da collezionisti privati.

I tre «vessels» esposti a Venezia «sono stati già venduti a collezionisti cinesi», rivela il curatore Putnam, «la Cina rimane il principale mercato di Chan». L’artista ancora fatica a conquistare il mercato europeo e, specialmente, a piazzare i suoi «vessels» titanici, come quelli esposti al Long Museum, che, considerate le dimensioni (e il peso), sono più facilmente collocabili in ampi spazi museali. Recentemente le sue opere sono entrate nelle collezioni permanenti dello Shanghai Museum (2024), V&A Museum (2024), MFA Boston (2023).

All’inaugurazione della mostra cinese, Putnam descrive Chan come un artista «umile», «che reimpiega i profitti delle vendite per acquistare i costosi materiali che serviranno alla realizzazione di nuove opere o per riacquistare alcuni dei suoi primi lavori di oreficeria».

A dare la misura delle quotazioni raggiunte sul mercato dalle creazioni di Wallace Chan sono anche i risultati delle aste di Christie’s Hong Kong per le sue opere di oreficeria. Nel 2024 la spilla «Fluttery – The Echoing Green» è stata aggiudicata per 3,087 milioni di dollari di Hong Kong, circa 365mila euro, mentre nel 2021 «Fluttery – Ode to Spring», con zaffiri colorati e diamanti, ha raggiunto i 3,125 milioni di dollari di Hong Kong, circa 340mila euro. Cifre ancora più alte per «Eternal Joy», collana-pendente con gemme aggiudicata nel 2016 per 7,48 milioni di dollari di Hong Kong, circa 870mila euro, e per un paio di orecchini con perle naturali e diamanti, battuti nel 2012 per 4,34 milioni di dollari di Hong Kong, all’epoca equivalenti a circa 430mila euro.

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