La felpa ha cinquant’anni, mentre il doppiopetto trenta

Non si tratta (solo) di anniversari, ma dell’età di chi li indossa. Gli over fifty optano per capi pratici e morbidi. Mentre i trentenni tendono a definire la loro immagine con l’abito classico.

La felpa ha oltre cent’anni: americana, di cotone, girocollo, liscia. Nasce in Alabama — pare fosse il 1926 quando venne confezionato un prototipo per un quarterback — ed è stato il football americano a portarla al successo. Ma, da almeno mezzo secolo, ha abbandonato il campo sportivo per arrivare ovunque. Anche al cinema: La Grande Fuga (del la felpa) è infatti anche quella di Steve McQueen in moto nell’omonimo film del 1963: meno sport e più fascino, il viaggio continua anche oggi.

Secondo tutti i vademecum del guardaroba maschile, è uno dei dieci classici da avere nell’armadio. Sì, ma a che età indossarla? E in quale occasione? E quale modello? Dilemmi che crucciano soprattutto i signori — i giovani si assumono il rischio di infrangere le regole, ignorandole. Eppure alla felpa molti non rinunciano, considerandola un must non per fare sport ma per una delle attività che oggi definiscono il proprio sé molto più dei libri letti o dei santi a cui ci si vota: viaggiare. In aereo, in auto, in treno: la felpa. Forse perfino sulla navicella spaziale, quando sarà tempo di viaggi cosmici per tutti. Essenziale e irrinunciabile.

Leonardo Girombelli — prima manager dell’azienda di famiglia, Genny (oggi parte di Swinger International Group), poi consulente e oggi imprenditore — ha creato una capsule de voyage chiamata Escapista, dedicata proprio ai viaggi reali che aprono nuovi mondi mentali. Lui stesso descrive la mentalità del suo viaggiatore come un mindset soft, non rigido: per questo jersey, felpe e accessori morbidi gli si addicono perfettamente. Racconta Girombelli: «Il progetto di moda nasce proprio da uno sguardo, non da un target d’età. È un atteggiamento romantico e poetico, dove il viaggio significa approfondimento ed evoluzione, vivere emozioni ed esperienze. Compagni di viaggio sono capi dalla natura essenziale, basic ma evoluti, come una felpa in jersey tinto in capo dall’aspetto raffinato, con piccoli dettagli e citazioni: il cordoncino ispirato al mala buddista, il ricamo a punto croce. In questi capi un uomo deve soprattutto stare bene, sentirsi disinvolto, e col tempo può svilupparsi persino un rapporto affettivo. Me lo disse tanti anni fa quel genio di Elio Fiorucci: “I capi fondamentali sono quelli a cui ti affezioni”».

E qui arriva la domanda. Ci si può affezionare anche a un doppiopetto? Se la felpa compie cent’anni, il classico maschile per eccellenza nasce ben prima, come evoluzione delle giacche militari – le divise degli Ussari nel Seicento, poi le giacche della Royal Navy britannica nell’Ottocento. E sì, pare si possa sentire un trasporto e quasi una vocazione a vestirlo come parte della propria immagine. Il ritorno del doppiopetto mostra che anche l’abito classico può alleggerirsi senza perdere autorevolezza. L’attore Timothée Chalamet, trent’anni, sembra molto affezionato al suo completo doppiopetto firmato Givenchy e progettato custom da Sarah Burton: lo possiede in cinque colori diversi e lo indossa quasi come una divisa da inizio 2026, tra premi première.

Lui, che fra grandi polemiche ha dichiarato di considerare teatro e balletto quasi archeologia, ha preso un capo dall’eredità molto classica e lo ha spostato altrove, fuori dai codici più rigidi dell’eleganza tradizionale e perfetto per il glamour. Il doppiopetto perde peso, si ammorbidisce: pantaloni più fluidi, costruzione meno impettita, colori inattesi — tabacco, avana, blu elettrico — che lo rendono molto più disinvolto. Qualcosa che può stare dentro a un’immagine giovane, mobile, persino rilassata. Anche Jacob Elordi, altro simbolo generazionale, ama il doppiopetto. Lo alterna in versioni rigorose e disinvolte, con camicia chiusa e cravatta oppure portato in modo scanzonato, l’ultimo bottone della giacca aperto e gli occhiali da sole. Ed è forse questo il punto: non si avverte tensione, non sembra un abito appartenente a un luogo preciso ma a un viaggio personale, quasi affettivo. In fondo, è ciò che si dovrebbe ottenere quando si parla di moda sostenibile: formule capaci di superare il gap generazionale, le stagioni, le furie iconoclaste e persino quelle del decluttering. Abiti amici, destinati a durare a lungo e a conservare memoria dei nostri — e dei loro — momenti migliori.

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