La lotta allo spreco diventa strumento nel contrasto alla povertà alimentare

Marco Piuri, presidente di Fondazione Banco alimentare: «Occorre diversificare i circuiti di approvvigionamento e imparare a conoscere a fondo il fenomeno»

Trasformare la lotta allo spreco in un mezzo virtuoso per fare scudo alla povertà alimentare. E far leva sulla cultura della donazione per rafforzare la responsabilità civile e sociale di cittadini e imprese. In un’ottica di sinergia e inclusione. Si muove su questa linea Fondazione Banco alimentare Ets, che in questi anni ha tradotto obiettivi e slogan in azioni tangibili. Come spiega, dati alla mano, il presidente Marco Piuri.

A dieci anni dall’entrata in vigore, quale è stato l’impatto della legge Gadda per chi, come voi, opera contro la povertà alimentare?

La legge è stata e rimane essenziale perché ha messo a sistema e riordinato un perimetro come quello della gestione dei beni e dello spreco che prima era disperso. E lo ha fatto con un coinvolgimento reale di tutti gli operatori del settore, Banco alimentare compreso. È stato un lavoro corale, che ha raccolto poi i suoi frutti anche nelle ricadute pratiche, soprattutto sulla grande distribuzione: per quanto riguarda noi e il recupero delle eccedenze, ad esempio, dal 2016 al 2025 le donazioni sono passate da meno di cinque tonnellate a 24mila. Ovviamente, rispetto alle sfide e ai tempi che cambiano, può essere sicuramente ritoccata. Capendo, ad esempio, quanto e come ampliare il paniere dei beni agevolabili. E rendere più convenienti le donazioni nella logica dell’economia sociale e circolare. Ridare vita alle eccedenze, quindi a beni fuori dal circuito commerciale tradizionale ma commestibili e consumabili, ha un peso importante, che non si può ricondurre solo al valore intrinseco del bene in sé, ma anche all’effetto che questi meccanismi circolari hanno dal punto di vista economico e sociale. Anche sui conti dello Stato.

Spostandoci dal generale al particolare e guardando alla vostra attività, qual è il bilancio che vi sentite di fare?

Abbiamo sempre lavorato per rispondere a un bisogno chiave, quello di cibo. E lo abbiamo fatto incrementando, ad esempio, le fonti di approvvigionamento con varie iniziative e progetti. Come Ri-pescato, un accordo valido per la Sicilia per cui il tonno pescato illegalmente non viene buttato ma donato al Banco che lo lavora, lo trasforma e lo fornisce agli operatori coi quali collabora. C’è stata un’evoluzione notevole: cresce la componente del cibo fresco e anche l’apporto sull’educazione alimentare si fa più capillare. In termini numerici, nel 2025 le tonnellate di cibo raccolte e distribuite sono state 120mila (equivalenti a 180 milioni di pasti) e le persone raggiunte – anche grazie a una catena che, oltre alla Fondazione, vede 21 banchi regionali e oltre 7600 enti sul territorio – 1,8 milioni. Cifre di peso ma che si confrontano con una realtà che non coinvolge più solo fasce di popolazione marginalizzate e richiede ancora tanto lavoro: il nostro obiettivo resta non solo contrastare l’indigenza alimentare ma anche assicurare che non produca anche solitudine, abbandono e assenza di speranza nel futuro.

Ritornando al grande tema della povertà alimentare, da qui ai prossimi anni quali possono essere le strategie per rendere risolutivo il contrasto?

Non sono poche ma restano complesse. In primis la conoscenza del dato per capire meglio la situazione. Riuscire a misurare valore e impatto delle iniziative sociali, quindi anche il contributo che danno al welfare del Paese, e capire come far diventare ancor più conveniente la donazione, in termini di consapevolezza e cultura. In secondo luogo, occorre fare uno sforzo in più per allineare esigenze normative e tecnologiche, investendo su beni e asset ma anche sul digitale. In generale tutti ambiti che richiedono un lavoro corale, anche per supportare poi il decision maker politico.

E rispetto, invece, alla lotta allo spreco?

Come dicevo, per noi si tratta sostanzialmente di uno strumento ma mi auguro che, rispetto allo spreco dal punto di vista della filiera agroalimentare, il sistema produttivo diventi sempre più efficiente e le imprese continuino a impegnarsi a contenerlo. Tre potrebbero essere le strade percorribili: investire sulle nuove generazioni, educandole; lavorare sulla filiera perché diventi sempre più consapevole del valore del cibo; far capire che, quando si butta del cibo, non si sta creando solo un danno economico, ma si sta sprecando anche un tassello di una cultura e di un’identità.

Da qui al prossimo futuro, quali sono gli obiettivi della vostra check list?

Recuperare più cibo possibile per intercettare sempre più persone. Far leva sul recupero di eccedenze ma anche su altri canali: donazioni vere e proprie, il fresco, il programma Siticibo che è la raccolta della Gdo. Ragionare con distribuzione e ristorazione per capire che strada prendere. Stringere partnership virtuose con la filiera agroalimentare. E conoscere meglio la povertà alimentare per studiarne le esigenze e pensare a misure di accompagnamento sempre più efficaci e mirate.

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