Off-grid: un’avventura in tandem da Tokyo a Zurigo, sulla via della seta

Quindici mesi, 12.250 chilometri, tra estenuanti passi di montagna e tratti desertici. Racconto in presa diretta di un percorso a due che ricalibra gli equilibri di corpo, mente e coppia. Un esercizio estremo per mettersi alla prova e rinunciare all’ansia di controllo.

Ak-Baital, Murghab, Alichur. Come tantissimi altri viaggiatori prima di me, sono attratta dal nome di certi luoghi. Le parole particolari – e i numeri che le accompagnano: nove estenuanti passi di montagna, il più alto dei quali a 4.655 metri, da togliere il fiato – fanno parte della Pamir Highway tra Kirghizistan e Tagikistan, lungo una delle antiche Vie della Seta. Dal momento in cui abbiamo deciso di andare in bicicletta da Tokyo a Zurigo su un tandem, quei nomi e quei numeri ci hanno seguito come nubi temporalesche, elettrizzanti e minacciose. Non sapevamo che ci sarebbero voluti 15 mesi e circa 12.250 chilometri per raggiungere la nostra meta. E pensare che io sapevo a malapena andare in bicicletta.

Alcuni anni prima, durante un viaggio molto lungo, avevo assaporato la libertà di stare lontano dalla vita quotidiana. È inebriante non avere obblighi, impegni e nessuno che dipende da te. Mi sentivo leggera, senza vincoli, libera di esistere solo in quel momento. Dissi al mio compagno, Hugo, che volevo prendermi un anno sabbatico per viaggiare. Era interessato anche lui, ma ha sempre bisogno di un obiettivo: l’idea di vagare senza scopo non lo attirava, aveva bisogno di una motivazione profonda e decise che faticare in bicicletta poteva esserlo. Io che, dal canto mio, quando vado in bicicletta finisco contro qualsiasi oggetto, che sia in movimento o fermo, avevo qualche dubbio. Ma poi abbiamo pensato alla bicicletta per due, un oggetto dall’aspetto curioso, ma soprattutto un ottimo strumento per livellare le abilità diverse di due persone che vogliono pedalare insieme. Nei tre anni necessari a organizzare tutto, il viaggio era una presenza incombente non solo nei nostri pensieri e nella nostra psiche, ma anche nei nostri programmi. Avevamo sognato di pedalare verso est, come fa la gran parte dei ciclisti europei di cui avevamo letto blog e report. In questo modo però saremmo finiti in Asia Centrale in autunno inoltrato, mentre sapevamo che la stagione ideale per attraversare la regione è l’estate. Così abbiamo deciso di pedalare da est verso ovest.

L’inizio, nel picco del soffocante caldo giapponese, ci ha quasi distrutto, individualmente e come coppia. Le nostre sensazioni non potevano essere più diverse. Io mi sentivo vergognosamente fuori forma, temevo di scoppiare, di superare il limite delle mie forze. Per compensare l’ansia, continuavo a mangiare. Mentre mi allargavo e appesantivo davanti agli occhi di Hugo, lui pian piano scompariva davanti ai miei, cercando di risparmiare soldi ed energie, e sobbarcandosi tutto il peso del nostro carico (e di me). Io volevo fermarmi ovunque a mangiare qualsiasi cosa; lui, esausto, esasperato, voleva solo continuare a pedalare. Per la prima volta nei nostri nove anni di relazione non riuscivamo a comunicare. Qualsiasi cosa dicessimo, da entrambe le parti, sembrava cadere nel vuoto – o non arrivare nemmeno a destinazione. Hugo non faceva altro che borbottare. Eravamo accaldati, stanchi, scontrosi, ma attaccati inevitabilmente l’uno all’altra. Ciascuno frustrato e arrabbiato con l’altro, ma impossibilitato a distanziarlo. È servita una brutta caduta da una pista ciclabile sopraelevata per farci tornare in noi. Abbiamo ricalibrato tutto man mano che proseguivamo: il percorso, le aspettative, la nostra relazione e i nostri corpi.

Arrivati in Asia Centrale un anno dopo – avevamo zigzagato tra Giappone, Corea del Sud, Cina e gran parte del Sud-Est asiatico, poi di nuovo in Cina e Kazakistan – eravamo come una macchina ben rodata. Avevamo imparato a conoscere la versione di noi stessi come cicloturisti e ci sentivamo sicuri e convinti delle nostre capacità. Io ero più in forma e più resiliente, Hugo aveva messo su qualche chilo e aveva imparato a rallentare. In qualsiasi situazione, riuscivamo a trovare un compromesso. La velocità del viaggio andava bene, così come la semplicità delle nostre giornate. Avevamo deciso di non aspirare alla totale autosufficienza, come fanno molti ciclisti, che campeggiano e si preparano i pasti. Ci siamo resi conto che ci piaceva fermarci a mangiare e dormire in posti casuali, che non avremmo mai visitato, se non fosse stato per il limite raggiunto dai nostri corpi. Gli stop per dormire, infatti, erano stabiliti dalla stanchezza delle gambe, dalla durata delle pause pranzo e dall’orario in cui ci svegliavamo.

Ovviamente, non abbiamo trascorso 15 mesi di totale spensieratezza, lontani da ogni preoccupazione. Alcuni giorni erano inevitabilmente occupati da questioni logistiche relative a percorsi, visti, manutenzione delle bici e della nostra salute. C’è stato qualche dramma familiare da gestire a distanza e qualche incombenza di lavoro. Io avevo deciso di accettare alcuni piccoli incarichi, anche durante la traversata, e questo ha rubato tempo alla bicicletta. Ricordo una notte tempestosa passata a ritoccare immagini nella nostra tenda, posizionata dietro un’area di sosta per camion in Kazakistan. Ci sono stati, però, momenti in cui questo modo di viaggiare ha mantenuto la promessa di una vita più autentica. C’erano settimane in cui le nostre decisioni si riducevano a dover scegliere il cibo che meno degli altri ci avrebbe provocato problemi digestivi, l’alloggio meno fatiscente o quale dei nostri due set di abiti civili indossare la sera. A volte non c’era alcuna decisione da prendere, semplicemente perché non avevamo scelta.

Poi siamo arrivati in Asia Centrale, con una serie di nuove complicazioni. Lunghi tratti isolati ci hanno obbligato all’autonomia. Facevamo scorta di riso, lenticchie, avena e combustibile per cucinare; abbiamo comprato con tenitori Tupperware e buste Ziplock. Per la prima volta abbiamo usato il nostro sterilizzatore UV per uccidere la pericolosa giardia, che si annida anche nei fiumi glaciali più cristallini dai quali avremmo dovuto bere. In assenza di una pala abbastanza piccola ho usato un calzascarpe per sotterrare i nostri rifiuti durante il campeggio libero. E abbiamo spedito a casa alcune cose per alleggerire il carico.

Fin dal principio tutta l’avventura è stata un esercizio di sottrazione. Siamo partiti da Londra senza sapere quando e se saremmo tornati. Abbiamo lasciato andare le nostre cose, i nostri amici, la nostra città adottiva. Lungo il percorso abbiamo lasciato alcune cose ad amici in posti diversi e ne abbiamo spedite altre alle nostre famiglie. Neanche i miei amati capelli lunghi sono sfuggiti a quest’operazione di continui tagli. La cosa più difficile è stata rinunciare alla certezza e al controllo. Non si può intraprendere un viaggio di questa portata, se non si è pronti a essere vulnerabili.

Il pacco che abbiamo spedito dal Kirghizistan è stato l’ultimo. Pensavamo di esserci ridotti all’essenziale, ma a quanto pare potevamo ancora liberarci di altro. Ho portato le ultime cose inessenziali in un ufficio postale dentro un sacchetto di plastica, pensando di poter acquistare lì una scatola. La donna al bancone, severa e impassibile, mi ha dato un modulo da compilare in russo e, per fortuna e per caso, in francese. Nonostante l’assenza di una lingua in comune, ho capito che non vendevano scatole. Con le lacrime agli occhi ho usato Google Translate per spiegare che quella roba, anche se di scarso valore, ne aveva molto per me a livello affettivo. La donna mi è sembrata addolcirsi e mi ha fatto un gesto come a dire “lasciale a me”. Questa è stata una scelta che ci si è posta diverse volte: fidarsi delle persone o non ottenere nulla. L’ho guardata mettere il mio sacchetto sotto la scrivania, sicura che sarebbe rimasto lì per sempre, e sono andata nel locale accanto a piangere, consolandomi con un frappè al cioccolato. Nonostante le migliaia di chilometri già percorsi, ero terrorizzata dalla strada che avevamo ancora da percorrere. Non ci siamo quasi mai sentiti inpericolo, ma la nostra vulnerabilità era talmente lampante!

Pedalare lungo la Pamir Highway è stato magnifico e difficile come ci aspettavamo, ma non solitario. Ogni giorno incontravamo altri ciclisti e ci fermavamo a chiacchierare o a mangiare qualcosa a bordo strada. C’erano anche altri viaggiatori itineranti, in moto, in jeep o su camion enormi, specialmente tedeschi. Lungo il percorso c’erano abbastanza insediamenti per ricaricarsi, rifornirsi e, con un po’ di fortuna, farsi una doccia con il secchio. Il manto stradale era in condizioni terribili: tutto onde, buche e asfalto sciolto. Il cervello sembrava martellare contro il cranio e i polmoni cercavano ossigeno nell’aria rarefatta. E il vento… Contrario, perfido in alcuni tratti: pedalare in direzione opposta alle raffiche è come nuotare contro corrente. Ma i panorami ripagavano ogni sforzo: la loro immensità era una fonte continua di meraviglia e di sorprese. La vista delle montagne mi ha sempre riempito il cuore. Qui, le loro forme essenziali offrono una moltitudine di colori e composizioni: rosse, beige, nere, sabbiose, rocciose, ricoperte di neve. Fiumi di un verde brillante si incontrano e mescolano con quelli color terra cotta. Una varietà infinita di sfumature e di forme.

Alla fine è stato proprio il vento a regalarmi la giornata di cui vado più fiera in sella al tandem. Avevamo in programma di fermarci a campeggiare a metà strada tra Murghab e Alichur, ma era impensabile montare una tenda, figuriamoci riuscire a dormirci dentro. Non c’era alcun riparo, né tregua: il vento ululava con lievi variazioni tra lo spaventoso e l’orrendo. Così abbiamo resistito per dieci ore, quasi senza fermarci, e ho scoperto di cosa era davvero capace il mio corpo. All’ostello Green House di Dushanbe, abbiamo fatto il punto della situazione, abbiamo pulito le bici e trascorso un po’ di tempo in cortile circondati da attrezzi, tende e sacchi a pelo messi ad asciugare. Erano tutti lì per lo stesso motivo, anche Davide, un ciclista cieco in viaggio da Roma a Pechino, pure lui in tandem, che ha tirato fuori una caffettiera moka e una miscela italiana e, tazza dopo tazza, l’ha preparata per tutti noi, alla disperata ricerca di un vero caffè dopo mesi di quello solubile. Ricordo di aver pensato che, non importa che cosa avrei fatto in seguito, avevo compiuto un’impresa straordinaria. Ho sentito qualcuno chiamarla la “Classe 2019 della Pamir Highway”.

Circa due mesi dopo mi è arrivato un messaggio da mio fratello: aveva ricevuto un pacchetto “dal Medioevo”. La donna dell’ufficio postale non solo aveva trovato una scatola per la mia roba, l’aveva avvolta in un sacco di tela, cucito poi a mano e sigillato con la cera, il mio nome e l’indirizzo di mio fratello scritto in nero, con pennarello indelebile Sharpie, direttamente sul tessuto.

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