
Le differenze tra tipologie nient’affatto sovrapponibili, ma la vera domanda non è se un orange wine sia naturale, è se sia buono.
Uno degli equivoci più diffusi nel mondo del vino contemporaneo è credere che orange wine e vino naturale siano la stessa cosa. Possono coincidere, certo, ma si tratta di due concetti completamente diversi.
L’orange wine – o vino bianco macerato – non è figlio di una filosofia produttiva. È il risultato di una tecnica. In pratica, è un vino bianco vinificato come un rosso: il mosto rimane a contatto con le bucce per giorni, settimane o persino mesi, estraendo colore, tannini, aromi e struttura. È questa macerazione a regalare le sfumature aranciate e quel carattere spesso più austero e tannico che molti definiscono gastronomico. Nel bicchiere può ricordare un tè freddo. Nel dibattito che genera attorno a sé, molto meno.
Il vino naturale, invece, non descrive un colore né una tecnica. Racconta un approccio produttivo. Pur non esistendo una definizione giuridica universalmente riconosciuta, il termine viene generalmente associato a vigneti coltivati con pratiche poco interventiste, fermentazioni spontanee e uso limitato di additivi e solfiti. Le due cose possono sovrapporsi, ma non sono obbligate a farlo.
Esistono molti orange wine prodotti da aziende convenzionali che scelgono la macerazione sulle bucce come cifra stilistica o per intercettare una domanda crescente. Così come esistono vini naturali perfettamente limpidi e privi di qualsiasi tonalità aranciata.
Per capire la differenza basta pensare alla cucina. Dire che un vino è orange equivale a dire che una bistecca è cotta alla brace: descrive una tecnica. Dire che un vino è naturale significa invece parlare della filosofia con cui sono stati scelti ingredienti e lavorazioni.
La confusione ha anche ragioni storiche. Negli ultimi vent’anni la rinascita degli orange wine è stata trainata soprattutto da produttori vicini al movimento naturale, in particolare tra Friuli, Slovenia e Georgia. Molti consumatori hanno visto comparire contemporaneamente entrambe le espressioni e hanno finito per considerare una la traduzione dell’altra.
Come spesso accade nel vino, un dettaglio è diventato un’identità. Un po’ come se bastasse una barba lunga per essere filosofo o una bottiglia senza solfiti per sentirsi parte della resistenza.
Va detto che non appartengo alla categoria degli adoratori dell’orange wine. Principalmente perché non ho mai capito come una macerazione sulle bucce possa suscitare la stessa devozione che alcuni riservano alle apparizioni mariane. Ne ho bevuti di splendidi e altri decisamente faticosi. Esattamente come accade con qualsiasi tipologia.
Le macerazioni più lunghe – quando vengono tirate oltre misura – tendono a omologare i vini. Finisce spesso che nel bicchiere si riconosca prima il metodo del vitigno o del territorio. È il destino di molte tecniche quando smettono di essere uno strumento e diventano una religione.
Oggi, però, il fenomeno degli orange wine è molto più ampio. Sono entrati nelle carte di molti ristoranti come categoria a sé, nei wine bar e nelle produzioni di aziende che con il mondo naturale hanno poco o nulla a che fare.
Del resto la macerazione delle uve bianche non è un’invenzione da enoteca metropolitana con playlist jazz in sottofondo e camerieri che raccontano il vino come fosse un manifesto politico. È una delle tecniche più antiche della storia del vino. In Georgia, dove si utilizzano tradizionalmente i qvevri interrati (anfore di terracotta) esiste da migliaia di anni.
La vera domanda, quindi, non è se un orange wine sia naturale. È se sia buono. Il colore racconta qualcosa, ma molto meno di quanto siamo portati a credere.
Forse è arrivato il momento di liberare gli orange wine da questo equivoco. Non tutti i vini naturali sono orange e non tutti gli orange wine sono naturali.
Alcuni orange wine sono straordinari: complessi, profondi, gastronomici, capaci di raccontare un territorio con una voce originale. Altri sembrano semplicemente aver trascorso troppo tempo sulle bucce (e non abbastanza sull’autocritica). La tecnica non garantisce il risultato. Esattamente come la naturalità non garantisce la qualità.
L’unica certezza è che continuano a essere i vini più giudicati della tavola. Spesso da persone che non li hanno ancora annusati. E, curiosamente, anche tra i più applauditi da chi non ne berrebbe più di mezzo bicchiere.
Forse perché gli orange wine sono diventati qualcosa di più di una categoria enologica: un argomento, una bandiera, un segnale di appartenenza.
Il vino, alla fine, continua a essere una faccenda piuttosto semplice: prima si assaggia, poi si giudica. Non il contrario come spesso accade sui social, ad esempio.
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