Il panorama dell’arte contemporanea ha dilatato, negli anni, i suoi confini, aprendosi a sconfinamenti multidisciplinari. Vale per i valori, le estetiche, i linguaggi. Arte, design e gioiello convergono avvicinati dalle fiere, dalle aste e dai social media. E siccome la crisi si è portata via i consumi borghesi, l’obiettivo è realizzare pezzi preziosi e unici che possano appagare il senso estetico, la trasversalità degli investimenti e il simbolismo sociale di una ristretta élite di collezionisti. Così il gioiello è ritornato prepotentemente in auge, riscoprendo quella dimensione concettuale che aveva caratterizzato le avanguardie artistiche degli anni Sessanta. La preziosità delle gemme dell’alta gioielleria si affianca oggi alla preziosità concettuale dell’arte, con gioielli pensati e realizzati come sculture indossabili capaci di trasferire la poetica degli artisti, con annessa valutazione. Niente di nuovo, certo.

Perché l’handmade jewelry attrae interessi e capitali

Bracciale Olive Leaf, collezione Paloma Picasso per TIFFANY& CO.

Fin dagli inizi del Novecento le avanguardie hanno promosso il gioiello come una forma di espressione artistica, a cominciare da Henry van de Velde che fu un convinto assertore di quella che Richard Wagner aveva definito la Gesamtkunstwerk, l’opera d’arte totale dove gli artisti realizzavano con pari impegno un quadro, una scultura, un mobile o un abito. Alexander Calder fu uno dei precursori quando, nel 1926, si trasferì a Parigi dove realizzò i suoi primi gioielli in filo di ottone, cui si dedicò poi per tutta la vita. In seguito, i principali pittori e scultori del Novecento – da Braque a Picasso, da Fontana a Dalí – li hanno inclusi nel novero dei propri media espressivi, collaborando con editori (così si definiscono i creatori di gioielli d’autore) che li realizzavano per poi presentarli al pubblico, curandone la commercializzazione e la promozione.

Concetto Spaziale,spilla realizzata da Lucio Fontana (1962).

È avvenuto con FranÇois Hugo che ha realizzato quelli di Picasso, Jean Arp, Jean Cocteau e Max Ernst. O con Carlos Alemany l’artefice dei gioielli di Salvador Dalí. Con Nilo Westerback che ha dato forma alle creazioni di Tapio Wirkkala. O con i Masenza, editori dei gioielli di Gino Severini, Franco Cannilla, Afro e Mirko Basaldella. Fino alla Gem Montebello cui si devono le sculture indossabili di Man Ray, Niki de Saint Phalle, Soto, Lowell Nesbitt e Pol Bury. Dalla fine del XIX secolo pittori, scultori, architetti e designer hanno esplorato questo territorio per ragioni molto diverse: per confrontarsi con la scala del corpo, per sperimentare nuovi materiali o nuove tecniche, per trasferire il proprio linguaggio a un nuovo medium, per donare un oggetto prezioso ai loro affetti, o, semplicemente, per denaro o curiosità.

Montre petite cuillère, spilla per capelli in oro e smalto blu, Salvador Dalí, (1957).

Un ruolo decisivo nella storia del gioiello d’autore spetta a Elsa Schiaparelli, come racconta la mostra Schiaparelli: Fashion Becomes Art, visitabile fino all’8 novembre al Victoria and Albert Museum di Londra. Grazie all’amica Gabrielle Picabia, l’eccentrica ed egocentrica couturier divenne la musa del Surrealismo, e ai suoi amici artisti fece progettare numerosi ornamenti, come i gioielli illuminati elettricamente di Jean Clément o la collana di aspirine di Elsa Triolet e Louis Aragon. Anche Christian Bérard, Salvador Dalì e Jean Cocteau disegnarono per lei collane con baccelli di piselli e spille con struzzi, pattini, insetti, cornamuse e perfino la disposizione dei nei sulla guancia. Grazie a lei, moda e arte si incontrarono e i principali artisti dell’epoca, tra i quali anche Giacometti, pur non essendo orafi, usarono la loro creatività in questo settore.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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