
Bottiglie esagonali, lattine, mescita sfusa e persino contenitori di carta. Il vino sposa la leggerezza anche nell’estetica per ridurre l’impatto ambientale ed entrare in sintonia con la sensibilità green dei più giovani.
Il suggerimento di non giudicare un libro dalla copertina, nel mondo del vino è stato raramente accolto. Confezioni prestigiose, etichette artistiche, scatole in cartone o legno: il packaging prezioso, ricco, elaborato, trasmetteva l’impressione di un contenuto di valore. Oggi, però, le cose stanno cambiando e la nuova voglia di leggerezza delle bevande, che registrano una crescita a doppia cifra nel segmento no e low alcol, dopo il contenuto tocca pure i contenitori.
Anche per incontrare la richiesta di sostenibilità da parte delle giovani generazioni, che cercano sempre più la qualità unita alla sensibilità ecologica. Perché il packaging pesa, letteralmente e a livello ambientale: il vetro, ad esempio, rappresenta tra il 30 e il 70 per cento dell’impronta carbonica della filiera; per questo la Slow Wine Fair già nel 2025 ha lanciato una call to action per alleggerire le bottiglie, chiedendo di non superare i 450 grammi per i vini fermi. E le cantine che si muovono non sono più soltanto realtà militanti o sperimentali. In Alto Adige, ad esempio, Elena Walch ha introdotto, per la sua linea Selezione, una bottiglia borgognotta da 395 grammi, il 21 per cento in meno rispetto ai 500 precedenti, con una riduzione stimata di 64 tonnellate di CO₂ l’anno. Meno vetro significa meno energia per produrlo, meno peso da trasportare, più efficienza logistica: soluzioni già da tempo adottate nei mercati internazionali. Lo Champagne, che del contenitore ha fatto parte del mito, è forse il caso più eclatante. Qui, a causa dell’effervescenza, il vetro deve reggere pressioni fino a sei atmosfere, quindi non può diventare esile come per un bianco fermo. L’aver alleggerito la bottiglia dai 900 grammi abituali agli odierni 835 – il massimo consentito finora dalla tecnologia –può sembrare un piccolo risultato, ma sui volumi di produzione della più nota regione vinicola francese, che al momento sfiorano i 300 milioni di bottiglie, consente una riduzione del 20 per cento dell’impronta carbonica. Fuori dalla Francia, le alternative si moltiplicano, fino ad arrivare – i sommelier dovranno farsene una ragione – alla bottiglia di carta. Frugalpac ne ha sviluppato una, composta al 94 per cento da carta riciclata, con un impatto ambientale fino a sei volte inferiore rispetto al vetro.
Il primo vino planet-friendly venduto incartato, nel 2020, è stato italiano, il bianco Umbria Igt di Cantina Goccia, e l’azienda ha recentemente inaugurato un nuovo macchinario che consente di produrre fino a 14 milioni di bottiglie all’anno, per fronteggiare la crescente richiesta. Nuovi materiali, ma anche nuove forme. Packamama, azienda anglo-australiana, lavora sulle bottiglie flat: piatte, leggere, pensate per ottimizzare peso, spazio e trasporto e, sostengono, perfette per entrare anche nelle cassette della posta. In Napa Valley, l’imprenditore e viticoltore Kia Behnia, ceo di Neotempo, ha lanciato la bottiglia esagonale, con l’obiettivo di ripensare l’intero sistema logistico. Un pallet tradizionale contiene circa 56 casse; con il prototipo esagonale si arriverebbe a circa 80, con una riduzione stimata dei costi di spedizione del 39 per cento. Intanto, il bag-in-box per il vino sfuso sta facendo la sua piccola scalata sociale. Mentre in Europa – Francia e Germania in primis – non c’è mai stato alcuno stigma, con realtà come Jenny and François Selections che distribuiscono così i loro ottimi vini da tenute al sud, vicino ad Avignone, in Italia per anni è stato il formato del vino quotidiano, senza ambizioni. Oggi, invece, startup come Sfusobuono lavorano con piccoli produttori, selezionando vini di alta qualità, naturali, biologici e biodinamici, e trasformando il box da contenitore anonimo a gesto urbano, pratico, riciclabile e a zero sprechi, visto che mantiene il vino in ottima forma fino a un mese dall’apertura. Un successo, tanto che da piccola realtà online sta diventando fisica: dopo l’estate aprirà un wine bar a Milano, con vini rigorosamente alla spina. Il vino in fusto è l’altra frontiera, esplorata anche dalla ristorazione. A tracciare la strada, realtà come Sixty Vines che offre, appunto, sessanta scelte diverse di tap wine di alta qualità e da tutto il mondo in un network di ristoranti attraverso vari stati. Da questa parte dell’oceano, ci sono gli inglesi di Uncharted Wines, che fornisce vini in keg – fusti da 20 litri, poco più di 26 bottiglie – a indirizzi come Canton Arms, Blacklock, Crispin e Coombeshead Farm: non il fine dining classico, ma una ristorazione alta, colta, contemporanea, dove la qualità non ha più l’obbligo della bottiglia per essere credibile. «Ogni fusto, completamente riciclabile, elimina 16 chili di vetro, 26 capsule, etichette e tappi, e 1,6 chili di cartone», spiegano.
Mantenendo la qualità alta, con vini sfusi scelti che arrivano dalle regioni più vocate, come la Borgogna. La lattina, invece, resta il formato più controverso, ma anche quello più amato dalle nuove generazioni. Negli Stati Uniti è già una categoria, con realtà come Maker, che seleziona e distribuisce così decine di vini californiani premium da piccoli produttori. In Italia si vedono i primi segnali, ad esempio con Perla del Garda, cantina nota e pluripremiata che ha recentemente lanciato, per l’aperitivo e la mixology, un vino da uve turbiana in lattina da 25 centilitri. Non può chiamarsi Lugana Doc, anche se le uve sono le stesse, perché il disciplinare non contempla (ancora) il formato. Un dettaglio tecnico, certo, ma anche simbolico: l’innovazione corre più veloce delle regole. Contenitori riciclabili, facilità di trasporto, meno ossidazione, meno spreco, e una modalità di servizio pop apprezzata dai nuovi consumatori. Manca solo il battesimo di un ristorante stellato per sdoganare definitivamente i nuovi formati del vino: sono aperte le scommesse su chi sarà il primo a osare.
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